STORIA DI UN GRANDE AMORE E DI UNA PICCOLA GELOSIA


Editoriale dell'11 gennaio 2026

Babbo e mamma abitavano a 30 metri di distanza l’uno dall’altra ma non si conoscevano.

Lei era sempre in Campidano con la sua famiglia.

Lui sempre in quel di Ploaghe per i suoi commerci.

Ma un giorno lei, essendo in età da marito, tornò definitivamente in paese con la madre e le sorelle, mentre il padre transumava col gregge.

I miei nonni, infatti, volevano che la loro progenie lasciasse in paese le sue radici seguendo l’antico proverbio “cogiuadi a bidda tua e si podes in bighinau”, sposati con gente del tuo paese e possibilmente del tuo vicinato.

Babbo, che aveva comprato la macchina e pensava d’essere praticamente un borghese, tornato in paese d’estate per qualche giorno vide questa ragazza – che era davvero bellissima – nel suo costume d’orbace rosso e sbroccò.

Ma doveva trovare il coraggio di dichiararsi essendo “mannoi Margiane” il più pericoloso dei suoceri.

Mamma vide che questo bellissimo ragazzo la guardava.

Ma faceva finta di niente, in parte per ingenuità e in parte per paura del burbero genitore.

Mentre babbo pensava al da farsi, il parroco del mio paese, don Michele Marotto, pensò di portare le ragazze a sfilare alla cavalcata sarda di Sassari.

Mamma era molto emozionata per l’offerta del prete e si stava organizzando assieme alle sue amiche per andare in corriera in questa città sconosciuta e per lei praticamente esotica.

Ma l’austero genitore disse no: non aveva figlie da mettere in mostra, lui. Chi le avesse volute vedere sarebbe dovuto entrare rispettosamente a casa e chiedere il permesso a lui.

Babbo sentì che nell’elenco delle potenziali bellezze desulesi potesse esserci anche la sua bramata ma ignara e futura sposa e un attacco di gelosia lo colse.

“Se io non mi dichiaro prima – fu il suo ragionamento – qualcun altro la vede e me la porta via”.

La disperazione lo prostrò: c’era troppo poco tempo per concludere l’affare.

Mamma era a casa in lacrime. “Babbo non mi manda”.

Babbo era a casa sua in lacrime. “il babbo la manda e me la rubano”.

Non c’era tempo da perdere: bisognava inventarsi qualcosa.

Il 17 maggio del 1951 – mamma aveva compiuto da poco 17 anni e babbo ne aveva 24” – babbo decise di lavare la macchina a pochi metri da casa di  lei e attese nella piazzetta, in piedi, con uno straccio in una mano e un secchio vuoto nell’altra.

Quando la vide uscire per comprare il caffè nel negozio di Tomasedda, che stava proprio di fronte a casa le si presentò davanti ansimante: sudava freddo.

“Mi metteresti un po’ d’acqua in questo secchio?”, le domandò: era la prima volta nella sua vita che le parlava.

L’acqua in quei tempi si portava in testa con la brocca di coccio dalla sorgente o nelle brocche di lama (quelle con le quali si portava anche il latte dall’ovile) sulle bisacce trasportate dal cavallo.

Quindi dare acqua per lavare la macchina era un sacrificio mica da ridere.

Però lei, senza aprire bocca, ne versò un po’ nel secchio dicendogli “ecco”.

Quel “ecco” suonò nelle orecchie di babbo come l’aria del Gianni Schicchi “o mio babbino caro/mi piace è bello, è bello” nell’interpretazione della Callas (anche se non aveva mai sentito neppure parlare di quel delizioso capolavoro di Puccini).

Guardò incantato quella bocca rossa e balbettò “domani vorrei venire a vedervi sfilare a Sassari”. E fuggì via.

Mamma entrò in casa e pianse a dirotto.

L’indomani, alle 3 del mattino, nonna entrò in camera di mamma “Svegliati figlia: ho convinto tuo padre. Alle 5 dovete partire per Sassari con la corriera, preparati”. Mamma sentì che proprio in quel momento il padre spronava il cavallo per andare all’ovile.

E divenne serena.

Felice si preparò.

Babbo alle 5 fece rifornimento di carburante nel distributore di Peppedda e partì, solo soletto, cantando canzoni d’amore.

Giunto a Sassari, senza più sangue nelle vene si posizionò con congruo anticipo nell’emiciclo Garibaldì e aspettò.

Quando il gruppo di Desulo passò in quel punto, mamma gli rivolse uno sguardo appena.

Ma lui capì.

“Sarai mia”, giurò a se stesso.

E iniziò a progettare la dichiarazione amorosa che le avrebbe fatto.

Chissà come.

Chissà quando.

Ma presto, questo sì.

Prestissimo.

Poi pensò al futuro suocero e un po’ si preoccupò.

Ma scrollò le spalle “mi gioco il tutto per tutto”, si disse.

Omnia vincit amor, pensò anche se non aveva mai saputo dell’esistenza del primo emistichio del verso 69 della decima egloga di Publio Virgilio Marone.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“Babbo, che aveva comprato la macchina e pensava d’essere praticamente un borghese, tornato in paese d’estate per qualche giorno vide questa ragazza – che era davvero bellissima – nel suo costume d’orbace rosso e sbroccò.” Da STORIA DI UN GRANDE AMORE E DI UNA PICCOLA GELOSIA – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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