Capitolo 33 – Io, Simonide di Ceo, e il riso sardonico di Talos
Di come l’automa eburneo dei sardi donato in dono a Minosse uccidesse i nemici facendoli ridere con i suoi trucchi.
————
Furono i sardi a fondere nel bronzo Talos, con la magia del Dio, nella loro terra lontana. Lo fusero ad Abini, col rame di Gadoni e lo stagno dello Zimbawe. Era un automa, la prima delle macchine automatiche della storia, e catturava gli uomini, li faceva ridere con i suoi prodigi e mentre ridevano li uccideva. Ecco perché Omero chiamava la risata di dolore il “riso sardonico”. Gli antichi narrano questa storia: dicono che questo fosse della razza di bronzo: fu assegnato dai sardi a Minosse, loro cugino, per la difesa dell’isola di Creta. Aveva una sola vena, che si estendeva dal collo fino ai piedi; e quella vena era la sua anima.
Un chiodo di bronzo fissava la vena sulla pelle. E quello era il suo segreto.
Talos custodiva l’isola percorrendola tre volte ogni giorno. Perciò quando verso Creta navigò la nave Argo guidata da Giasone, che tornava indietro dalla terra dei Colchi, Talos impedì alla nave di approdare.
Talos e la sua anima furono ingannati da Medea.
Il gigante di bronzo fu ucciso dai veleni della maga, che lo resero folle e quindi facilmente influenzabile. Essa lo ingannò promettendogli che l’avrebbe reso immortale. Resolo pazzo con l’erba, Medea lo domò e lo convinse che estraendogli il chiodo gli avrebbe consegnato la vita eterna.
Invece lo fece morire dissanguato.
Ed io, Simonide di Ceo, canto i prodigi e i miracoli dei padri dei mercanti fenici, commercianti di porpora e pirati, che dalla Sardegna arrivarono in Egitto per combattere per Ramses II. Arrivarono dal loro grande porto di Tharros a fiumi, con le loro corte daghe e gli elmi cornuti.
E il Faraone li ricompensò donando loro la terra di Galilea, dove fenici vennero chiamati dai greci per via della porpora rossa che commerciavano, essendo fenicio il colore rosso per gli abitanti dell’Ellade.
L’automa di Tharros aveva una sua intelligenza che simulava quella umana.
E venne studiata a Tharros, dove le anime degli dei immortali, figli di Ercole, erano abili nel trasformare i sortilegi in congegni.
Guidati dal Dio.
Dal Dio dei meccanici.
THARROS. LA NASCITA DELL’OCCIDENTE
Di Antonangelo Liori
Capitolo 34 – Io, Omero, vi racconto dell’erba sardonica
Di come ll procio Ctesippo lancia la zampa di bue contro l’inconosciuto Ulisse che fa un riso sardonico prima della sua terribile vendetta.
————
Io Omero così racconto la storia che portò Ulisse. a imitare i guerrieri Shardana che arrivano con lo strano riso davanti al rischio di morte.
E narro di quando Ctesippo derise Ulisse e lo aggredì
Così dicendo, una bovina zampa
Levò su da un canestro, e con gagliarda
Mano avventolla. L’inconcusso eroe
Sfuggilla, il capo declinando alquanto,
Ed in quell’atto d’un cotal suo riso
Sardonico ridendo; e il piè del bue
A percuotere andò nella parete.
Meglio d’assai per te, che nol cogliesti,
Usano i sardi l’erba sardonica quando si lanciano in battaglia perché questa spalanca loro la bocca come in un sorriso. Infatti spregiano la morte e non vogliono arrivare tristi o impauriti davanti a lei.
L’erba sardonica somiglia al finocchietto selvatico col quale i sardi condiscono olive e cuociono le fave. Solo che cresce dentro l’acqua del fiume e ti fa impazzire col sorriso.
Diventi tanto folle da sopportare qualunque dolore e ti fa lanciare in qualunque sfida.
Ed in quell’atto d’un cotal suo riso
Sardonico ridendo; e il piè del bue
Rise Ulisse di riso sardonico come gli shardana col riso affrontavano ogni sfida.
E io sto qui a pensare alle navi veloci che corrono verso Troia.
Popoli del mare.
Dello stesso sangue shardana.
Il riso di Ulisse era il riso della sua gente.
Shardana.
THARROS. LA NASCITA DELL’OCCIDENTE
Di Antonangelo Liori
Capitolo 35 – Io sono l’erba sardonica, e il riso, e il sorriso
Di come il riso, la risata e l’erba sardonica abbiano la stessa etimologia e la medesima radice.
————
Il riso come pianta cerealicola deriva dal greco oryzum che deriva dall’indoeuropeo bhrazims
Il riso come funzione neurologica deriva dal latino risum. Che deriva dall’indoeuropeo bhrazima
Riso cereale e riso funzione neurologica hanno la stessa radice,
Spiegazione?
In un’antica leggenda parsi.
L’uomo allarga la bocca per la felicità in proporzione alla quantità di riso che possiede. Chi più riso possiede più sorride.
Ma anche shrd di shardana possiede le radici di R ed S.
Perché molti granelli di riso raffigurano una moltitudine, cioè un popolo.
Il riso, nella sua dimensione di stelo, cresce in acqua come l’erba sardonica alla quale in stelo assomiglia.
Gli shardana sono un popolo perché sono tanti granelli.
E sono il popolo di dan.
I grani di cereali sono un popolo.
Sia riso o sia orzo, farro o grano.
Quello degli shardana è un popolo.
Che si sposta e ha provviste.
E ride per sfidare la morte con l’erba shardana.
Tutto in questo mondo si incrocia e si incastra.
Tutto si confonde e si allarga.
Il tempo si misura in larghezza e non in lunghezza.
Vedo un popolo che sorride per sfidare la morte.
Un insieme di grani che sorride per sfidare la. morte.
Io sono Dio di me stesso, sono l’erba sardonica.
Quella che rende invincibile un popolo
Il riso di sfida di un popolo che riso è
Un anno ha 8766 ore.
Ha 525.960 minuti.
Ha 31.576.000 di secondi.
Un anno ha un insieme di popoli.
Un insieme di cereali.
Un insieme di insiemi.
THARROS. LA NASCITA DELL’OCCIDENTE
Di Antonangelo Liori
Capitolo 36 – Chiudo la porta al tempo, chi lo misura ha perso.
Io, che non misuro il tempo, racconta la storia immortale di chi tempo non misura. La morte è solo un punto di vista.
————
Sto allucinato davanti al mistero delle cose.
I miei antichi padri non misuravano il tempo, lo divoravano
I miei antichi padri non misuravano il tempo, lo possedevano.
Il tempo è una bella donna e selvaggia. Che devi corteggiare perché di te si innamori.
Ma prima, per corteggiarla, ti devi innamorare di lei.
Devi essere di lei innamorato.
E non misuri il tempo che lei ti da.
Non misuri il tempo che tu le dai.
Non misuri il tempo con lei.
Io chiudo gli occhi davanti alla bellezza del mio mondo.
Davanti alla bellezza del mondo dei miei padri.
Non misuro il tempo con la storia.
Non misuro il tempo che lei mi dà.
Non misuro il tempo che io le dò.
Chiudo gli occhi davanti alla bellezza del tempo.
Che chiudo in un cerchio.
Che apro in un ballo tondo.
Che sento nella musica del mondo.
Sono Omero e Simonide di Ceo.
Ingerisco l’erba sardonica.
Sorrido senza riso.
(abbiamo, mamma, molto riso nel mio deposito?).
Sorrido, e rido, e adacquo il riso.
O è erba sardonica?
Lasciatemi qui, in un tempo sospeso.
Il mondo non ha un senso compiuto: tutto stravolgo,
È inverno.
E arriverà l’estate.
Tutto stravolgo.
Didascalia:
Maschera tardo punica – San Sperate
THARROS. LA NASCITA DELL’OCCIDENTE
Di Antonangelo Liori
Capitolo 33 – Io, Simonide di Ceo, e il riso sardonico di Talos
Di come l’automa eburneo dei sardi donato in dono a Minosse uccidesse i nemici facendoli ridere con i suoi trucchi.
————
Furono i sardi a fondere nel bronzo Talos, con la magia del Dio, nella loro terra lontana. Lo fusero ad Abini, col rame di Gadoni e lo stagno dello Zimbawe. Era un automa, la prima delle macchine automatiche della storia, e catturava gli uomini, li faceva ridere con i suoi prodigi e mentre ridevano li uccideva. Ecco perché Omero chiamava la risata di dolore il “riso sardonico”. Gli antichi narrano questa storia: dicono che questo fosse della razza di bronzo: fu assegnato dai sardi a Minosse, loro cugino, per la difesa dell’isola di Creta. Aveva una sola vena, che si estendeva dal collo fino ai piedi; e quella vena era la sua anima.
Un chiodo di bronzo fissava la vena sulla pelle. E quello era il suo segreto.
Talos custodiva l’isola percorrendola tre volte ogni giorno. Perciò quando verso Creta navigò la nave Argo guidata da Giasone, che tornava indietro dalla terra dei Colchi, Talos impedì alla nave di approdare.
Talos e la sua anima furono ingannati da Medea.
Il gigante di bronzo fu ucciso dai veleni della maga, che lo resero folle e quindi facilmente influenzabile. Essa lo ingannò promettendogli che l’avrebbe reso immortale. Resolo pazzo con l’erba, Medea lo domò e lo convinse che estraendogli il chiodo gli avrebbe consegnato la vita eterna.
Invece lo fece morire dissanguato.
Ed io, Simonide di Ceo, canto i prodigi e i miracoli dei padri dei mercanti fenici, commercianti di porpora e pirati, che dalla Sardegna arrivarono in Egitto per combattere per Ramses II. Arrivarono dal loro grande porto di Tharros a fiumi, con le loro corte daghe e gli elmi cornuti.
E il Faraone li ricompensò donando loro la terra di Galilea, dove fenici vennero chiamati dai greci per via della porpora rossa che commerciavano, essendo fenicio il colore rosso per gli abitanti dell’Ellade.
L’automa di Tharros aveva una sua intelligenza che simulava quella umana.
E venne studiata a Tharros, dove le anime degli dei immortali, figli di Ercole, erano abili nel trasformare i sortilegi in congegni.
Guidati dal Dio.
Dal Dio dei meccanici.
THARROS. LA NASCITA DELL’OCCIDENTE
Di Antonangelo Liori
Capitolo 34 – Io, Omero, vi racconto dell’erba sardonica
Di come ll procio Ctesippo lancia la zampa di bue contro l’inconosciuto Ulisse che fa un riso sardonico prima della sua terribile vendetta.
————
Io Omero così racconto la storia che portò Ulisse. a imitare i guerrieri Shardana che arrivano con lo strano riso davanti al rischio di morte.
E narro di quando Ctesippo derise Ulisse e lo aggredì
Così dicendo, una bovina zampa
Levò su da un canestro, e con gagliarda
Mano avventolla. L’inconcusso eroe
Sfuggilla, il capo declinando alquanto,
Ed in quell’atto d’un cotal suo riso
Sardonico ridendo; e il piè del bue
A percuotere andò nella parete.
Meglio d’assai per te, che nol cogliesti,
Usano i sardi l’erba sardonica quando si lanciano in battaglia perché questa spalanca loro la bocca come in un sorriso. Infatti spregiano la morte e non vogliono arrivare tristi o impauriti davanti a lei.
L’erba sardonica somiglia al finocchietto selvatico col quale i sardi condiscono olive e cuociono le fave. Solo che cresce dentro l’acqua del fiume e ti fa impazzire col sorriso.
Diventi tanto folle da sopportare qualunque dolore e ti fa lanciare in qualunque sfida.
Ed in quell’atto d’un cotal suo riso
Sardonico ridendo; e il piè del bue
Rise Ulisse di riso sardonico come gli shardana col riso affrontavano ogni sfida.
E io sto qui a pensare alle navi veloci che corrono verso Troia.
Popoli del mare.
Dello stesso sangue shardana.
Il riso di Ulisse era il riso della sua gente.
Shardana.
THARROS. LA NASCITA DELL’OCCIDENTE
Di Antonangelo Liori
Capitolo 35 – Io sono l’erba sardonica, e il riso, e il sorriso
Di come il riso, la risata e l’erba sardonica abbiano la stessa etimologia e la medesima radice.
————
Il riso come pianta cerealicola deriva dal greco oryzum che deriva dall’indoeuropeo bhrazims
Il riso come funzione neurologica deriva dal latino risum. Che deriva dall’indoeuropeo bhrazima
Riso cereale e riso funzione neurologica hanno la stessa radice,
Spiegazione?
In un’antica leggenda parsi.
L’uomo allarga la bocca per la felicità in proporzione alla quantità di riso che possiede. Chi più riso possiede più sorride.
Ma anche shrd di shardana possiede le radici di R ed S.
Perché molti granelli di riso raffigurano una moltitudine, cioè un popolo.
Il riso, nella sua dimensione di stelo, cresce in acqua come l’erba sardonica alla quale in stelo assomiglia.
Gli shardana sono un popolo perché sono tanti granelli.
E sono il popolo di dan.
I grani di cereali sono un popolo.
Sia riso o sia orzo, farro o grano.
Quello degli shardana è un popolo.
Che si sposta e ha provviste.
E ride per sfidare la morte con l’erba shardana.
Tutto in questo mondo si incrocia e si incastra.
Tutto si confonde e si allarga.
Il tempo si misura in larghezza e non in lunghezza.
Vedo un popolo che sorride per sfidare la morte.
Un insieme di grani che sorride per sfidare la. morte.
Io sono Dio di me stesso, sono l’erba sardonica.
Quella che rende invincibile un popolo
Il riso di sfida di un popolo che riso è
Un anno ha 8766 ore.
Ha 525.960 minuti.
Ha 31.576.000 di secondi.
Un anno ha un insieme di popoli.
Un insieme di cereali.
Un insieme di insiemi.
THARROS. LA NASCITA DELL’OCCIDENTE
Di Antonangelo Liori
Capitolo 36 – Chiudo la porta al tempo, chi lo misura ha perso.
Io, che non misuro il tempo, racconta la storia immortale di chi tempo non misura. La morte è solo un punto di vista.
————
Sto allucinato davanti al mistero delle cose.
I miei antichi padri non misuravano il tempo, lo divoravano
I miei antichi padri non misuravano il tempo, lo possedevano.
Il tempo è una bella donna e selvaggia. Che devi corteggiare perché di te si innamori.
Ma prima, per corteggiarla, ti devi innamorare di lei.
Devi essere di lei innamorato.
E non misuri il tempo che lei ti da.
Non misuri il tempo che tu le dai.
Non misuri il tempo con lei.
Io chiudo gli occhi davanti alla bellezza del mio mondo.
Davanti alla bellezza del mondo dei miei padri.
Non misuro il tempo con la storia.
Non misuro il tempo che lei mi dà.
Non misuro il tempo che io le dò.
Chiudo gli occhi davanti alla bellezza del tempo.
Che chiudo in un cerchio.
Che apro in un ballo tondo.
Che sento nella musica del mondo.
Sono Omero e Simonide di Ceo.
Ingerisco l’erba sardonica.
Sorrido senza riso.
(abbiamo, mamma, molto riso nel mio deposito?).
Sorrido, e rido, e adacquo il riso.
O è erba sardonica?
Lasciatemi qui, in un tempo sospeso.
Il mondo non ha un senso compiuto: tutto stravolgo,
È inverno.
E arriverà l’estate.
Tutto stravolgo.
Didascalia:
Maschera tardo punica – San Sperate



