SHOAH


Editoriale del 26 gennaio 2021

Domani, per la Giornata della Memoria, agli studenti in presenza nelle nostre scuole saranno proiettati “Schindler’s list” o “Il bambino col pigiama a righe”, “Il pianista” o “Un sacchetto di biglie”. Ma le quasi dieci ore di “Shoah”, opera monumentale diretta nel 1985 dal francese Claude Lanzmann, scomparso un paio di anni fa, hanno il potere di appannare in un colpo qualsiasi altro film sull’argomento. Non tanto perché si tratta di un documentario rigorosamente veritiero, che monta varie interviste, alternandole in una struttura calcolatissima, e neppure per la durata fluviale, frutto di tredici anni di ricerche e riprese. Ma perché riesce a farci vedere con sguardo nuovo la più devastante tragedia della storia del Novecento. Senza un filo di retorica né traccia di commento, Lanzmann entra nel cuore dell’Inferno cercando di far parlare gli unici possibili testimoni di quegli eventi. Che non sono i sommersi né i salvati, per usare le definizioni di Primo Levi: i primi non ci sono più e i secondi, se ci sono ancora, significa che non hanno mai visto le camere a gas. Sono gli appartenenti al Sonderkommando, gli ebrei costretti ad aiutare i nazisti a condurre nelle camere a gas i loro compagni (a volte perfino le mogli e i figli) per poi raccoglierne i cadaveri e cremarli, i testimoni più devastati dell’olocausto del loro stesso popolo. I portavoce dei morti, coautori loro malgrado del massacro. La macchina da presa inquadra implacabile le espressioni dei volti, mentre le domande di Lanzmann li costringono tenacemente a ricordare i più minuti dettagli di quell’esperienza indicibile: il parrucchiere ebreo che tagliava i capelli a quanti stavano per essere gassati, il cantante ebreo all’epoca tredicenne che accompagnava gli ufficiali sulla barca di un campo di sterminio polacco, il ferroviere che guidava la locomotiva dei vagoni della morte a Treblinka. “Se un superstite si mette a piangere”, dichiarò Lanzmann, “si pensa ‘Silenzio, non spingiamoci oltre, rispettiamo la sua sofferenza’. Io no, io continuo. Soprattutto, non volevo il silenzio. ‘Shoah’ è un film che restituisce la parola, che dissacra ma risacralizza a un altro livello, molto più profondo: un livello di verità”. E mentre la macchina da presa indugia lentamente sui luoghi dello sterminio, viene data la parola non solo alle vittime, ma anche ai carnefici. Ai “tecnici” che organizzavano i trasporti, ai burocrati della gassificazione. Solo uno rifiuta di parlare, mentre mesce birra in un locale di Monaco. Altri vengono filmati di nascosto, da lontano, e Lanzmann li inganna assicurando loro l’anonimato: con freddezza, si dichiarano irresponsabili, ignari della Soluzione Finale, tentano addirittura qualche paradossale ridimensionamento (18mila vittime al giorno sarebbero un’esagerazione, facciamo 15mila). Emerge che l’inganno vero fu quello perpetrato dai nazisti: gli ebrei non seppero mai che sarebbero stati uccisi, fino all’ingresso nelle camere a gas, opportunamente occultate dalla vegetazione. I quattro dvd e il libro “Shoah” (editi da Einaudi), con i dialoghi trascritti e un’appendice raggelante, dove Lanzmann intervista un delegato della Croce Rossa che visitò Auschwitz durante lo sterminio e non si accorse, o finse di non accorgersi, di niente, costituiscono insieme una magistrale inchiesta giornalistica e un poema metafisico sulla radicalità della morte. La struggente melodia del canto con il quale il bambino ebreo deliziava i nazisti sulla barca di Chelmo, e che ora, adulto, Lanzmann invita a cantare di nuovo su una simile imbarcazione, nel medesimo luogo, rimarrà per sempre nelle orecchie di quanti vedranno questo imperdibile capolavoro.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote ad Aristan)

“Senza un filo di retorica né traccia di commento, Lanzmann entra nel cuore dell’Inferno cercando di far parlare gli unici possibili testimoni di quegli eventi.”
Da SHOAH – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote ad Aristan)

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