Porto Pino è la spiaggia della mia infanzia e della mia adolescenza. Quattro chilometri di sabbia bianca sottilissima, nel sud della Sardegna, dove trascorrevamo un’intera giornata a sguazzare nei fondali bassi e cristallini, a riposare o mangiare all’ombra nella pineta profumata di ginepro, a camminare sino alle vellutate “montagne di sabbia”. Così chiamavamo le dune che delimitavano la spiaggia a sinistra. A destra il confine è segnato da un promontorio e davanti solo l’azzurro intenso del mare che, nelle giornate più belle, continuava nel cielo. Beh, nel giro di poco tempo Porto Pino non sarà più il magico paradiso che è stato e che è ancora.
Se in Sardegna saranno realizzati i 22 progetti di parchi offshore presentati alla società TERNA, l’azienda che gestisce la rete di trasmissione dell’energia elettrica, le coste dell’isola saranno circondate da 996 pale eoliche, delle quali 47 a 17 Kilometri dalla linea di battigia di Porto Pino. E dunque ben visibili dalla spiaggia visto che la distanza minima per garantire la non visibilità di una torre alta 268 m è stata calcolata in 63 Km. Così come saranno visibili le 65 più 24 torri eoliche che verranno piazzate rispettivamente a 24 Km e a 40 Km da Olbia e le 93 torri previste a 22 Km dalle spiagge di Nora. Per citare solo una parte delle 964 torri che saranno installate a distanze comprese tra i 9 e i 40 Km dalla costa sarda.
Senza che nessuno possa eccepire niente, perché in Italia non è stato predisposto il piano di gestione dello spazio marittimo imposto dalla Direttiva UE 2014/89, piano essenziale per regolamentare, tra le altre cose, la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ragion per cui il 23 maggio la Commissione Europea ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Bene, questo potrebbe bloccare per un po’ l’installazione dell’eolico offshore; ma i predatori delle rinnovabili sono determinati a portare a casa il bottino e la Sardegna è tutt’altro che al sicuro.
Nel corso di una conferenza online intitolata “Terre contese – conflitti per progetti di energia rinnovabile su terre indigene” organizzata dall’Università di Cambridge lo scorso 24 maggio, è emerso che i Sardi i Sami (noti Làpponi) e gli Zapotechi, popolazione del Messico centro-meridionale residente nell’attuale stato di Oaxaca, sono impegnati nella medesima battaglia contro una cieca e devastante speculazione energetica (vi invito a guardare il breve video postato sotto questo editoriale). Già, perché sembrerebbe che l’assalto all’eolico e/o al fotovoltaico sia più feroce e aggressivo nelle terre occupate da comunità ritenute “deboli”.
So pochissimo del popolo Làppone e non sapevo dell’esistenza degli Zapotechi, dunque non saprei stabilire quali affinità storiche e antropologiche ci accumunano omologandoci nella categoria dei popoli “deboli”. Ma se i signori delle multinazionali dell’eolico, insieme ai nostri politici, nel decidere l’assalto alla nostra isola si sono affidati alla retorica del nostro essere “pocos, locos y mal unidos” come ci avrebbe definito qualche personaggio spagnolo del passato, re Carlo V, secondo alcuni , Martin Carrillo, ambasciatore del re Filippo IV o Antonio Parragues de Castillejo, vescovo di Cagliari secondo altri, ebbene, non sanno quanto si sono sbagliati. Ma presto lo capiranno.
Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan) SAMI I SARDI E GLI ZAPOTECHI



