ANTONANGELO LIORI SU ALBO VALDES: la morte di Caravaggio


Editoriale (bis) del 25 agosto 2024

Albo dava il meglio di sé mentre trafficava col cibo.

Infatti anche quel giorno, mentre preparava una stupefacente amatriciana, toccò il massimo dei suoi voli pindarici.

“Vedi – mi disse –  in questo sugo vedo le sette opere di misericordia di Caravaggio. All’interno dello stesso chiaroscuro

nutrire gli affamati. E noi siamo affamati

visitare i carcerati. E noi siamo carcerati

seppellire i morti. E noi siamo sepolti vivi

vestire i nudi. E noi siamo nudi davanti a Dio

prendersi cura dei malati. E noi siamo malati: tu hai un cancro e io sono cardiopatico

dare riparo ai viaggiatori. E noi siamo incalliti viaggiatori momentaneamente al riparo

offrire da bere agli assetati. E noi siamo assetati di verità.

Il tutto si perde in questo scuro sugo, scuro come i colori di Caravaggio nella tela custodita al Pio Monte della Misericordia di Napoli”.

Risi.

“in effetti – gli dissi – questo Caravaggio era un carcerato. Entrava e usciva dalla prigione più o meno con la tua stessa facilità”.

“Verissimo – rispose – ma soprattutto la sua vicenda umana ci insegna che ai geni tutto deve essere concesso. Se infatti lo avessero decapitato per l’omicidio Tomassoni avremmo perso numerosi capolavori”.

“Ti voglio chiedere – gli domandai – come ha fatto a morire di malaria se da nessuna parte si evince che fosse malato di malaria?”

“infatti – fece – non morì di malaria. Fu ucciso dalla sbirraglia di Palo che, avendolo arrestato per derubarlo, lo assassinarono temendo la sua ritorsione”.

“ma sei sicuro?”

“Sicurissimo. Non esiste alcun documento che dichiari essere lui morto di malattia ad eccezione della dichicarazione degli assassini: gli sbirri di Palo. I quali hanno commesso due crimini: il minore è l’aver ucciso un uomo, il maggiore è l’aver ucciso un artista. I fatti, amico mio, sono come la meccanica dei quanti. Avvengono nella dimensione degli occhi di chi li guarda. E quindi sono veri esclusivamente nel rapporto fra soggetto ed oggetto”,

“ma come fai a sacrificare la legge per l’arte?”, gli chiedetti.

“Perché l’arte è la vera legge, cioè la logica che tutto domina. Mentre ciò che chiamiamo legge è una norma non morale ma di oppressione. Cioè è il principio d’autorità grazie al quale i potenti dominano la povera gente. Un po’ come la servitù prediale, cioè il vincolo imposto dal fondo dominante sul fondo servente. La legge esce da questo schema barbaro di padrone e servi per andare oltre la dimensione di ciò che è misura. Cosa fa Caravaggio nelle sette opere di misericordia? Affonda tutto nell’oscurità in modo che l’uomo sia nudo davanti alla sua coscienza, la quale gli chiede conto delle opere di misericordia da lui eseguite.  In un certo qual modo Caravaggio si ispira a Origene, che intende solo come spirituali le opere di Misericordia anche se per Caravaggio c’è un momento di rottura fra spirituale e materiale, confondendosi le due cose insieme”.

Dalla pentola si sentiva un profumo incredibile.

“Vedi – aggiunse – il profumo evoca memorie metafisiche; il sapore essenze filosofiche e la sostanza del cibo è pura materia”.

Mangiammo avidamente tutta questa metafisica e dopo pranzo Albo chiamò il secondino.

“Aprimi – gli disse – che ho voglia di un buon espresso al bar”.

Ricordai che anche per Macario il Grande le sette opere di misericordia erano spirituali. Lo scrive nella famosa “Lettera ai figli” nella quale il santo monaco li invita a guardare con l’occhio del cuore.

E il cuore non mente mai.

Non fu la malaria a uccidere Caravaggio ma l’umana miseria.

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