Albo aveva letto la mia traduzione di Lisia “Contro Eratostene”, leader dei 30 tiranni di Atene, reo d’aver ucciso suo fratello Polemarco, industriale di scudi e filosofo, allievo di Socrate.
Racconta Lisia che Polemarco per salvare la propria vita dall’ingiusta accusa di cospirazione contro la città, propose a Eratostene di concedergli in cambio tutta la sua ricchezza.
Eratostene accettò la proposta e quando il fratello di Lisia gli mostrò il forziere pieno di monete d’oro si portò via il denaro facendo uccidere quel poveraccio con l’accusa di corruzione.,
L’orazione di Lisia in memoria del proprio fratello è forse l’arringa più bella della storia, scritta in un attico puro da un meteco, cioè uno straniero, originario di Siracusa.
Meraviglio la lingua, la logica, l’etica.
Ad Albo la traduzione piacque molto.
E parlammo a lungo di Polemarco e della sua idea di giustizia irrimediabilmente più volte capovolta da Socrate nel primo libro della Repubblica di Platone.
Diceva Polemarco che giustizia era restituire a ciascuno il suo.
Ma ciò presenta per Socrate innumerevoli problemi. Infatti chiede se giustizia sia sempre rendere ciò che è dovuto, anche nel caso in cui dovessimo restituire un’arma a un nostro amico diventato pazzo dopo avercela prestata?
Polemarco cambia quindi idea e ritiene che sia giusto dare a ciascuno ciò che spetta, non ciò che gli è dovuto.
Questo argomento, però, si trascina dietro problemi ancora più profondi.
Infatti chi può essere considerato tanto onesto da stabilire non ciò che è dovuto ma ciò che spetta?
Su questo argomento concentrammo il nostro discorso io e Albo mentre prendevamo il caffè.
Secoli dopo il grande giureconsulto romano Ulpiano disse nel digesto che
“Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere.”, cioè, i principi del diritto sono: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo.
Se l’ultimo precetto corrisponde all’idea socratica, i primi due meritano una riflessione più articolata – disse Albo – infatti il concetto di onestà è relativo a una condizione umana così come è relativa l’idea che si possa vivere senza danneggiare il prossimo.
Noi non conosciamo l’origine etimologica di onesto, ma possiamo affermare che ha la stessa radice di onore.
È onesto ciò che rispetta il principio di onore.
E, gli chiesi io, se io rubo per pagare le cure grazie alle quali salvare la vita di mia figlia sono onesto o no?
E se per salvare la vita di mia figlia rubo, ledo certamente il prossimo in base a un bisogno essenziale per me ma ignobile per lui. Infatti questo principio contraddice il terzo: attribuire a ciascuno il suo..
In realtà qua si verificano due condizioni fra loro contradditorie:
1) Devo dare a mia figlia la cura, e questo è onesto e necessario.
2) Per far vivere mia figlia devo essere necessariamente disonesto ledendo il mio prossimo e togliendoci ciò che gli spetta.
Albo chiamò il secondino e gli offrì un caffè con i biscotti.
Gentilezza necessaria nei confronti di un uomo gentile al quale la legge però vieta di ricevere caffè e pasticcini da un detenuto.
“Stasera – gli disse Albo – devo recarmi a un concerto. Vuoi che ti procuri due biglietti per te e tua moglie?”, gli domandò.
“grazie professore”, rispose la guardia: “di cosa si tratta?”
“Carlos Santana. Ti spiegherò quando mi riporterai in prigione stanotte”.
Inutile dire che Lisia perse la causa.
Nessuno lo indennizzò della morte di Polemarco.
Eratostene, pur colpevole, vinse.
Tenne con sé il denaro avendo danneggiato il prossimo uccidendolo in modo disonesto e togliendogli ciò che era suo senza restituirlo al legittimo erede, Lisia.


