A lungo ho sottostimato il ruolo dei traduttori, le loro responsabilità e le conseguenze della loro imperizia in campi diversi da quello letterario; finora ai miei occhi una traduzione sbagliata rappresentava una sorta di frode estetica, reato non contemplato in nessun codice. E invece le conseguenze degli errori dei traduttori, commessi per ignoranza, mancanza di sensibilità, superficialità o fanatismo possono andare molto oltre la storpiatura di un verso o la banalizzazione di un dialogo, causare danni “a cose e persone” e configurare reati veri e propri. Nel libro “111 errori di traduzione che hanno cambiato il mondo” l’autore, Giovanni Capuano, racconta e documenta degli esempi sorprendenti. A cominciare dal signore di origini ispaniche che nel 2009 a New York prese undici volte al giorno la pillola per l’ipertensione, come riportava sul bugiardino la traduzione in spagnolo della posologia. Peccato che la versione originale inglese prescrivesse una pillola “once a day”, una volta al giorno. Il traduttore si era distratto; la parola “once” che in inglese significa “una volta” esiste infatti anche in spagnolo, solo che significa “undici”. Per non parlare degli ingenti danni all’erario causati in occasione delle elezioni primarie del 2010 dalla dicitura “Aguacil actual” (libellula in carica), anziché “Alguacil Actual” (sceriffo in carica) posta a fianco al nome dello sceriffo Guy Glodis sulle schede elettorali destinate ai votanti di lingua spagnola delle città di Worcester, Boston e Lawrence, in Massachusetts. Sebbene “aguacil” venga usato per indicare la libellula solo in Argentina e Uruguay le schede in spagnolo furono tutte annullate.
E poi c’è il caso del Corano e della ricompensa che promette ai martiri dell’Islam: il paradiso con 72 “huri” (fresche vergini perennemente giovani dalla pelle diafana, simili a perle) a loro disposizione per l’eternità. Un premio allettante capace perfino di spingere alcuni al sacrificio della vita. Non fosse che confrontando la versione in arabo moderno del Corano con quelle più antiche di derivazione siro-aramaica qualche studioso ha rilevato che la parola tradotta “huri”, vergini, era in origine “hur”, ovvero “uva bianca”. Per allietare l’eternità dei martiri il paradiso dell’Islam, dunque, mette a disposizione ben 72 sempiterni grappoli d’uva bianca fresca, dagli acini come perle. Penso alla faccia di certi kamikaze…
Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)
“La parola tradotta “huri”, vergini, era in origine “hur”, ovvero “uva bianca”. Per allietare l’eternità dei martiri il paradiso dell’Islam, dunque, mette a disposizione ben 72 sempiterni grappoli d’uva bianca fresca, dagli acini come perle.”
Da TRADUTTORI TRADITORI – Editoriale di Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)



