In prigione l’innocente soffre molto più del colpevole, perché invano si interroga sulle ragioni del suo dolore.
Lo dissi ad Albo, che tagliava le verdure per il minestrone.
“È il destino dell’uomo, amico mio”, mi disse serafico.
“Come questo minestrone. Il contadino recide il cavolfiore col coltello, ma il cavolfiore ne ignora il perché. Poi strappa con violenza le patate dal terreno. Quindi prende i fagiolini, le zucchine, la zucca, magari un pezzo di peperone, un peperoncino: Noi ci aggiungiamo l’olio ferocemente spremuto nel frantoio, e il lardo ottenuto da un maiale ingiustamente ammazzato.
Per un semplice minestrone abbiamo stuprato la natura, l’abbiamo violentata e offesa.
Ma invece di chiedere scusa siamo felici della nostra opera.
E ci diciamo. ‘ah… che straordinario minestrone stiamo preparando’.
Eppure questa leccornia è un insieme di inaudite violenze. Godiamo nel male che abbiamo fatto all’orto e alla natura.
La stessa cosa fanno i giudici con noi.
Non li sfiora l’ipotesi del dolore che causano a un innocente perché su tutto predomina la soddisfazione di aver archiviato una pratica. E questa ferocia è per loro ‘fare giustizia’.
Siamo, amico mio, il loro succulento minestrone.
A proposito, controlla se va bene di sale”.
Lo gustai.
“Sì – gli risposi – anche se io ci aggiungerei una spruzzatina di pepe nero, essendo forse troppo dolce il peperoncino”.
“ca va sans dire” ribadì. Macinò un po’ di pepe nero e poi con soddisfazione sentenziò: “Giustizia è fatta”.


