Sono nato in una gelata giornata di un aprile nevoso nella casa avita a Desulo.
Mamma non aveva compiuto ancora 19 anni e babbo ne aveva 25.
Erano belli e innamorati e mi attendevano come si attende il messia.
La mia casa era piena di parenti e amici e la levatrice si dava da fare fra me e altri due bambini nati in contemporanea poco distante.
Il travaglio fu lungo e doloroso.
Due giorni di dolore per mamma.
Due giorni di lacrime per mio padre che non aveva mai pianto prima di allora né avrebbe pianto dopo, essendo un barbaricino tutto d’un pezzo.
Poi il dramma.
Il cordone ombelicale stringeva il mio collo
Non riuscivo ad uscire e il verdetto della levatrice, una santa donna, sembrava inesorabile: sarei morto nel ventre materno mettendo a rischio anche la vita della mia giovanissima madre.
Mia nonna, una imponente e fiera matriarca in costume rosso, si inginocchiò per invocarsi a Sant’Antonio Abate, patrono del nostro paese.
Babbo strinse la mano di mamma ricordandosi che era il lunedì dell’angelo, e a tutti gli angeli si invocò.
Avvenne il miracolo.
Improvvisamente – e tutti ne ignorarono il motivo – riuscii a liberarmi dal cordone ombelicale e uscii fuori con un urlo quasi inumano.
Avevo vinto la prima del lunghissimo elenco di battaglie della mia vita.
La levatrice pianse e mi diede a babbo.
Lui mi strinse a sé, inondami di lacrime di felicità e porgendomi a mamma.
Lei mi strinse forte al suo cuore caldo.
Pesavo cinque chili e 400 grammi ed ero già forte come un leone.
Il mio nome è una conseguenza delle altrui preghiere.
Credo d’aver intuito in quel momento che la vita, nonostante il dolore immenso che ci dispensa, è meravigliosa.
Da lì le battaglie si sono susseguite di giorno in giorno.
Niente per me è stato semplice.
Ma di nulla ho avuto paura.
E mi sono fatto largo in questo mondo erogando carezze e pugni, senza mai abbassare la guardia, senza mai piegarmi a nessuno, guardando sempre tutti dritto in volto.
Da quasi sette anni combatto con Nostra Signore Morte che ha preso le sembianze del cancro.
Non temo neppure lei.
Mi sono armato di un’affilata pattadese e quando si avvicina troppo la pungo senza pietà.
Ogni paio di mesi mi aggredisce con ferocia, e io lì a cacciarla come posso.
L’ultima due giorni fa: due grossi buchi nello stomaco mi hanno portato a un passo dall’aldilà. Stavo per addormentarmi e sarei morto nel sonno.
Poi mi è parso di vederla che rideva della mia dabbenaggine…
Negli ultimi sprazzi di lucidità l’ho nuovamente guardata dritto negli occhi.
“Non ti temo”, le ho detto: “Non ti temo. Allontanati da me o ti spezzo quella falce sulla testa: non è giunta ancora l’ora. Di vivere non mi sono stancato”.
Ho stretto i denti sino a sanguinare.
E il dolore mi ha consentito di arrivare, seppur moribondo, in ospedale.
Perdevo sangue da due buchi nello stomaco.
Emoglobina a 5, un terzo del minimo vitale che è 14.
Soffrivo come un cane, ma non l’ho detto a nessuno.
I medici mi hanno cucito e rattoppato.
Strappandomi ancora una volta alla Signora dell’estremo passo.
Ma ho vigilato, senza mai perdere la mia fede nella vita.
A denti stretti.
A denti stretti.
E sono ancora qui.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“Niente per me è stato semplice.
Ma di nulla ho avuto paura.
E mi sono fatto largo in questo mondo erogando carezze e pugni, senza mai abbassare la guardia, senza mai piegarmi a nessuno, guardando sempre tutti dritto in volto.”
Da PER FATTO PERSONALE – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



