Mentre Albo preparava le pizze da cuocere nel piatto di sale e limone io gli leggevo il libro di un detenuto siciliano, Francesco Fabio Valenti, Francesco Fabio Valenti, che in prigione è diventato pasticcere trasformando la sua minuscola cella in un laboratorio profumato
Il libro ha come titolo “I dolci creati” e a ogni creazione abbina un articolo del codice penale, quasi per divorare con dolcezza colpa e dolo.
“in effetti – mi disse Albo – i dolci sono la metafora stessa della vita. Sono dannosi e portano solo danni: colesterolo e diabete. Ma della loro bontà non possiamo fare a meno e nessuno resiste davanti a un fragrante babà. Il peccato e la penitenza sono dentro il nostro corpo e non fuori da lui: occorre riconciliarsi con se stessi per concepire la nostra distruzione attraverso il nostro piacere”.
“Beh – gli risposi – per cibarsi di portate salutistiche dovremmo mangiare solo carote e finocchi e questo sarebbe buono ma tristissimo”.
“Infatti – mi fece – la vita sana ha un tristissimo orizzonte e bene ha fatto questo Valenti a usare il piacere come metafora del dolore”.
Non capii se non in un secondo tempo ciò che voleva dire.
“abbondiamo con mozzarella e capperi”, gli domandai.
E non se lo fece ripetere due volte.
Poi spruzzò sopra un po’ di olio al peperoncino e mise la prima pizza sopra il piatto di sale che faticosamente aveva realizzato dopo lunghissima cottura per sopperire all’assenza del forno.
Tutto, infatti, si può sopportare.


