Ho sempre avuto idea che Albo Valdes in realtà avesse trovato in prigione il suo luogo ideale, quell’eremo nel quale cercare se stesso per perdere la propria anima.
Sapevo con certezza che al processo non si difesa affatto dalle false accuse inducendo anzi i giudici ad erogargli una condanna che non meritò.
In realtà la sua storia è la metafora dell’essere umano, che si rifugia in qualcosa che lo abbatte pensando che questo sia il suo destino. In quanto spengono infatti i loro sogni in tetri uffici, lugubri scrivanie, terribili matrimoni.
Esistono diverse prigioni e quasi tutte sono ricercate con divizia da uomini liberi che dalla loro libertà rifuggono.
Come i bucatini all’amatriciana che Albo preparava in quel momento,
“L’amatriciana è perfetta quando il suo si insinua nel pertugio per consentire al palato la massima gioia”, disse lo chef della cella con voce baritonale, come se stesse cantando un’area della Traviata.
Così potei riflettere sulla massima gioia vedendo lui che gioia mai ebbe.
“Io spero di uscire presto”, gli domandai: “Cosa farai?”
“Altre amatriciane”; mi rispose.
E impiattò.


