Giorno di latino agli esami di maturità. «Mens sana in corpore sano» è forse il detto latino più conosciuto e non ha bisogno di traduzione né di commento. Sembra diventato una sintesi della sapienza umana precristiana, prima cioè che il cristianesimo, secondo gli esperti da intervista televisiva volante, introducesse la svalutazione del corpo e delle realtà terrene.
Ma è davvero così? Leggete il testo da cui proviene questa massima (è la Satira decima, talvolta titolata “sull’insensatezza dei desideri umani”), e, oso immaginare, resterete stupiti. In omaggio al giorno latino dell’esame di maturità, lo riporto, per dovuta riparazione, in originale e per intero nell’immediato contesto (altrimenti che riparazione sarebbe?). Pazienza per chi dice che il latino è inutile; se si fida, salti e passi alla parafrasi.
1 Nil […] optabunt homines? Si consilium vis,
2 permittes ipsis expendere numinibus quid
3 conveniat nobis rebusque sit utile nostris;
4 nam pro iucundis aptissima quaeque dabunt di.
5 Carior est illis homo quam sibi. Nos animorum
6 impulsu et caeca magnaque cupidine ducti
7 coniugium petimus partumque uxoris, at illis
8 notum qui pueri qualisque futura sit uxor.
9 Ut tamen et poscas aliquid voveasque sacellis
10 exta et candiduli divina tomacula porci,
11 orandum est ut sit mens sana in corpore sano.
12 Fortem posce animum mortis terrore carentem,
13qui spatium vitae extremum inter munera ponat
14 naturae, qui ferre queat quoscumque labores,
15 nesciat irasci, cupiat nihil et potiores
16Herculis aerumnas credat saevosque labores
17 et venere et cenis et pluma Sardanapalli.
18 Monstro quod ipse tibi possis dare; semita certe
19 tranquillae per virtutem patet unica vitae.
20 Nullum numen habes, si sit prudentia: nos te,
21 nos facimus, Fortuna, deam caeloque locamus. (Giovenale, x, 346-366)
Lascio a chi conosce il latino giudicare se ho capito bene. «L’uomo è caro agli dèi più che a sé stesso», dice Giovenale nella quinta riga, ed «essi ti daranno per gioia quello che meglio si adatta». È chiaro però che Giovenale intende gli dèi a modo suo. Alle righe 9-11, infatti, dice che, se tu vuoi semplicemente continuare ad andare al tempio per invocare qualcosa e promettere «viscere e divine salsicce candidette di maiale», allora bisogna accontentarsi di pregare di avere «mente sana in corpo sano».
«Io invece ti mostro – dice Giovenale alla riga 18 – ciò che tu stesso puoi darti», e sono le cose che ha elencato nei versi 12-17 («un animo forte, libero dal terrore della morte, che ponga un lungo corso della vita come ultimo tra i doni della natura, che possa sopportare qualunque fatica, che non sappia adirarsi, non brami nulla e preferibili creda le traversie e le crudeli fatiche di Ercole agli amori, alle cene e alle piume di Sardanapalo») e che ora riassume dicendo che sono «l’unica strada che si apre attraverso la virtù, per una vita tranquilla».
E conclude: «Nessun nume hai, se fai posto alla saggezza: siamo noi, o Fortuna, siamo noi che ti facciamo dea e ti poniamo nel cielo».
Confrontate ora questo testo del “dissacrante” Giovenale con il primo testo di Sant’Agostino (Discorso 80) citato da Papa Leone XIV e dite se ci trovate differenza sostanziale:
«Ideo dicimus, fratres, orate quantum potestis. Abundant mala, et Deus voluit ut abundarent mala. Utinam non abundarent mali, et non abundarent mala. Mala tempora, laboriosa tempora, hoc dicunt homines. Bene vivamus, et bona sunt tempora. Nos sumus tempora: quales sumus, talia sunt tempora ». In traduzione: –
«Ecco perché, fratelli, vi diciamo: pregate quanto potete. Molti sono i mali: così ha voluto permettere Dio. Volesse il cielo che non ci fossero cattivi in gran numero e non ci fossero molti mali. “Sono tempi cattivi, tempi penosi!” si dice. Ma cerchiamo di vivere bene e i tempi saranno buoni. l tempi siamo noi; come siamo noi così sono i tempi».
E per tornare ai primi versi citati del “dissacrante” Giovenale
(«gli dèi ti daranno per gioia quello che meglio si adatta»),
che differenza c’è con le parole di un altro personaggio,
passato in genere per non essere “dissacrante”,
e che un giorno ai suoi discepoli disse:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani:
essi credono di venire ascoltati a forza di parole.
Non siate dunque come loro,
perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno
prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro… » (Matteo 6, 7-9)
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
«Nessun nume hai, se fai posto alla saggezza: siamo noi, o Fortuna, siamo noi che ti facciamo dea e ti poniamo nel cielo». Da Salmo_507 MENS SANA IN CORPORE SANO, OVVERO LE VERITÀ RIDOTTE A FAKE NEWS – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



