L’esistenza dei pochi veri artisti che ho incontrato nella mia vita (di sedicenti ne ho incontrati a bizzeffe) è sempre stata percorsa da una quota più o meno evidente di maniacalità. Si tratta infatti di individui che cercano, ossessivamente, le possibili traiettorie di bellezza nei sentieri della loro mente; anche nei più intricati, anche nei più pericolosi. E le trovano. E quando le trovano sanno rivelarle.
Steven Zaillian, per esempio, è un vero artista. E la miniserie “Ripley” proposta da Netflix ne è una prova documentale.
Il soggetto è tratto dal celebre romanzo “Il talento di Mr. Ripley” di Patricia Highsmith, un libro che ha ispirato diversi film, tra i quali “Plein Soleil” di René Clément e il bellissimo “The Talented Mr. Ripley” di Anthony Minghella.
Ma “Ripley” è un’altra cosa.
Steven Zaillian ha ordito col bianco e nero di un grande direttore della fotografia, Robert Elswit, una trappola di bellezza struggente, e di morte. Ogni inquadratura è un capolavoro di eleganza e di funzionalità narrativa. Un incrocio tra i labirinti obliqui di Orson Welles e le spirali animate di Henri Cartier-Bresson. Il risultato è, pur nel rispetto del romanzo, la lunga, meravigliosa, privatissima condivisione di alcune sue ossessioni; ossessioni di Zaillian, intendo. Che però sono anche le mie, non posso negarlo. Questo fatto un po’ mi confonde, e siccome so che mi perderei in considerazioni dispersive mi limiterò a elencare le quattro ossessioni principali, i quattro protagonisti più importanti e infine le quattro canzoni più belle tra le tante che costituiscono la colonna sonora di questa serie.
Dunque, le ossessioni.
L’acqua, per cominciare. Raccontata sempre con una cura particolare. Le pozzanghere, la pioggia e soprattutto il mare, il mare aperto. Possente. Metafisico.
Poi le scale, tante scale strette e ripide da salire e scendere sino allo sfinimento, come in una incisione di Escher.
E i volti di pietra. Perlopiù angeli che continuano ad apparire all’improvviso con lo sguardo perduto nella consapevolezza della loro fatiscenza.
Infine la luce. Abbagliante, o soffusa. Oppure sottile, tagliente come la lama di una katana o tragica come nei dipinti di Caravaggio, l’artista assassino che il protagonista del film vive come fosse un suo sublime alter ego.
E veniamo ai quattro protagonisti.
Anche se è una parola spesso usata a sproposito in questi tempi, non posso che definirli iconici.
Magistralmente iconici.
Tom Ripley (Andrew Scott), criminale viscido, intelligente e manipolatore che appena può si compiace di esibire la sua ridondante Montblanc rubata.
Freddie Miles (Eliot Paulina Sumner), affascinante, sarcastico, ambiguo amico della prima vittima di Ripley e poi vittima egli stesso.
L’ispettore Pietro Ravini (Maurizio Lombardi), un uomo dallo sguardo scettico e profondo che, a differenza di Ripley, non esibisce una Montblanc ma fa scattare il pulsante della sua biro per gli appunti come un coltello a serramanico.
Poi l’Italia (Atrani, Roma, Firenze, Venezia), un’Italia mozzafiato che non si limita a essere scenografia ma si impone prepotentemente, e direi magnificamente, da coprotagonista.
E per finire la musica.
C’è molta musica. Sono belle canzoni che giungono dagli LP degli anni sessanta posseduti da Ripley: “Quando, quando, quando”, “Il cielo in una stanza”, “The great pretender”, “Guarda che luna”…
«Folle d’amore vorrei morire mentre la luna di lassù mi sta a guardare» canta Fred Buscaglione, e sembra cerchi una fuga dall’intrigo nel quale è inopinatamente finito.
Chiudo suggerendo una corretta posologia per l’assunzione di quest’opera d’arte.
Guardate la serie “Ripley” di notte. Meglio se da soli. Meglio se tutta d’un fiato. Il giorno dopo sarete un po’ stanchi e vagamente allucinati, ma ne sarà valsa la pena.
Filippo Martinez (Docente di Regalità Individuale)
“Steven Zaillian ha ordito col bianco e nero di un grande direttore della fotografia, Robert Elswit, una trappola di bellezza struggente, e di morte.” Da IL TALENTO DI MR. ZAILLIAN – Editoriale di Filippo Martinez (Docente di Regalità Individuale)



