Guy Marcellus Everett era un farmacologo della Glaxo, noto per aver contribuito alla scoperta di farmaci antiepilettici. Ma ciò che lo rendeva davvero memorabile era la sua fierezza nell’essere apertamente e spudoratamente gay, in un’epoca in cui questo non era affatto comune.
Lo incontrai nel 1963 a Praga, durante il Secondo Congresso Internazionale di Farmacologia: un evento straordinario che riuniva esperti da tutto il mondo per discutere i progressi della disciplina. Tra le tante presentazioni, ricordo con particolare emozione quella di Leo Sternbach, che parlò del Valium — destinato a diventare il farmaco più prescritto al mondo — e quella di Paul Janssen, che presentò l’aloperidolo, un antipsicotico potente e rassicurante, noto come Serenase.
Ma ciò che mi è rimasto nel cuore più di ogni relazione scientifica fu il grande ballo al Palazzo Reale di Praga, nella maestosa Sala di Vladislao, risalente al XV secolo. La musica era lenta, e lei aveva 23 anni. Si chiamava Dora, la donna più bella che avessi mai incontrato in un congresso. Le chiesi di ballare, come si usava allora, con un inchino. La strinsi tra le braccia, incantato dalla sua grazia.
«Non balli?» mi chiese sorridendo.
«Aspetto che i battiti del mio cuore tornino al ritmo della musica. Io non ballo per muovermi, ma per sentire.»
Durante il ballo, le sfiorai la guancia con le labbra e le sussurrai: «Warum bist du so schön?» — perché sei così bella? — citando una ballata di Brecht e Weill.
Quando la musica finì, mi lasciò con un sorriso: «Torno da mio marito.»
«È qui? Chi è?» chiesi.
«Paul Janssen!» rispose. Dora Art, la moglie del grande farmacologo, chimico e imprenditore, fondatore della Janssen Pharmaceuticals.
Mi sedetti in disparte, chiusi gli occhi e ripensai a Dora. Ma il sogno fu interrotto da una figura eccentrica che si sedette sulle mie ginocchia. Era Guy Marcellus Everett. Lo riconobbi subito: elegante, con una parrucca biondo oro, trucco leggero, movenze raffinate ma non femminili. Ricordava Gustav von Aschenbach in “Morte a Venezia”. Con finto imbarazzo si scusò di non aver trovato altro posto.
Io ero davvero imbarazzato: temevo di apparire gay, una qualità che allora non era motivo di orgoglio. Purtroppo, quella scena non piacque nemmeno a Dora. Era tornata, come aveva promesso, ma sembrava delusa. Mi si avvicinò e mi sussurrò all’orecchio: «Warum bist du so schön?» — ma stavolta non era un complimento. Ripeteva in tono canzonatorio le parole che io le avevo detto con sincerità.
Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)
“Lo riconobbi subito: elegante, con una parrucca biondo oro, trucco leggero, movenze raffinate ma non femminili. Ricordava Gustav von Aschenbach in “Morte a Venezia”. Da IL MIO AMICO GUY ERA GAY – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)



