THARROS LA NASCITA DELL’OCCIDENTE

Di Antonangelo Liori

Capitolo 25 – Io che sono qualunque cosa

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Di come il racconto della storia sia qualunque cosa io voglia conoscere per essere ciò che voglio conoscere.

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Lodo la capacità dell’uomo di mitigare il senso.

Per mezzo di ciò con cui si vede e si conosce, si diviene ciò che si conosce.

Lo disse un medico che era anche filosofo quando io finivo e lui nasceva.

Mitigo il senso.

Divento ciò che voglio conoscere.

E sono qualunque cosa.

Perché nel vaso racconto il suo vuoto.

Nel vuoto racconto il pieno di un mondo vuoto.

E divento ciò che voglio conoscere.

Coniugo tutto nelle trame di un unico canto.

Disegni e sogni, programmi e conti.

Sono qualunque cosa.

Dietro ogni morte c’è un dubbio e dietro ogni dubbio una nascita.

Come se vita e morte potessero nascere l’una dietro lo spiraglio dell’altra, stipite immenso di porta su porta di sogno con la quale, di porta in porta, si arriva in un luogo mitico e irreale.

Sono qualunque cosa.

Come il segno grafico che si fa parola.

Sono sorgente rigogliosa d’acqua, che crea verzura.

A Tharros tutto è talmente antico da essere eterno.

E nell’eternità si riscopre una lettura immortale dei fatti. La preistoria è il racconto di ciò che avvenne prima che gli storici scrivessero.

Cioè prima della scrittura.

Noi identifichiamo il momento di confine fra storia e preistoria con la scrittura.

La lingua scritta racconta la storia.

Se non esiste lingua scritta è preistoria.

Paradossalmente le popolazioni hanno iniziato a conoscere la loro storia dal momento in cui hanno imparato a scriverla.

Ma io sono ogni cosa, e so che la scrittura è solo una delle tante rappresentazioni del mondo, non l’unica.

THARROS LA NASCITA DELL’OCCIDENTE

Di Antonangelo Liori

Capitolo 26 – Il pane che porto in dono

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Di come non feci in tempo a prendere la statua che avevo commissionato al maestro del bronzo essendo morto in Egitto e sepolto sotto la sabbia del deserto.

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Mi hanno chiamato offerente.

Ma io nulla offro, tutto dono.

Ho macinato il grano.

E ho lavorato acqua e farina facendone un unico impasto.

Poi ci ho stampato su il racconto del sole.

E l’ho messo a cuocere nel forno per portarlo a una festa lontano da qui, a Nuraghe Arrubiu, dall’altra parte dell’isola degli Shardana.

Lì lo abbiamo consumato, conservandone dei pezzi per il signore dei cieli.

Nel viaggio di ritorno sono passato dal maestro del bronzo che facesse il mio ritratto col pane in mano.

Perché pane io dono, non offro.

La morte mi colse in Egitto prima che potessi prendere la statua.

E il maestro del bronzo la custodì in un deposito, come fosse un oggetto sacro.

Perché sacro è ogni dono.

E sacro è il pane.

Quando altrove mangiavano ghiande e bacche a casa mia cucinavamo il pane.

In Egitto portavamo il nostro pane.

E il nostro vino.

E la nostra birra.

E il nostro bronzo.

E ci temevano perché tutto sapevamo fare.

Non tornai più a casa: quel dono di pane non fu gradito al Dio degli eserciti.

Mio fratello tornò invece dalla Danimarca carico d’oro.

E mio cognato dalla Bulgaria, dove costruì un pozzo sacro.

Solo io non ebbi fortuna: una freccia ittita mi colpì mentre combattevo.

Mia madre non ha mai visto il mio corpo e ha pianto un assente.

Si è illusa che fossi rimasto lì, felice, con una donna e molti figli.

La terra del deserto ha divorato invece la mia anima.

THARROS LA NASCITA DELL’OCCIDENTE

Di Antonangelo Liori

Capitolo 27 – Gli elmi che donai al re deinorreni

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Io andavo nella terra dei Norreni, mio fratello morì in Egitto e mio cognato tornò ricco dalla Bulgaria: un mondo di pace e di commerci.

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Quando arrivammo nel regno dei norreni, costoro erano ancora barbari e imbruttiti dalla miseria e dalle fatiche.

Quando ci videro arrivare con i nostri impressionanti elmi non ci combatterono, ci accolsero.

L’idea che voi moderni avete di un passato in perenne guerra non è corretto. La pace prevaleva sulla guerra e noi andavamo nel mondo per commerciare, comprare metalli grezzi e vendere metalli lavorati.

E il mondo era piccolo per noi.

Eravamo a metà strada fra l’Egitto e il popolo dei norreni, risalivamo i fiumi e andavamo per mare.

E chiamarono Danubio il fiume navigato dal popolo di dan, E rodano il fiume percorso dal popolo dei Dan. E Danimarca la terra nella quale eressero le loro basi commerciali i figli di Dan, il cui imperio da Giordano alla Danimarca andava.

Eravamo grandi commercianti.

A nord comparavamo lo stagno col quale fondevamo il bronzo che a loro in cambio di stagno davamo.

E in oriente davamo porpora e bisso e compravamo spezie e tessuti.

Portavamo vino e compravamo olio.

Eravamo alla ricerca di tutto, alla ricerca del mondo.

Io andavano in Danimarca, mio fratello morì in Egitto, mio cognato tornò carico di tesori dalla Bulgaria, mio zio è sepolto a Vulci.

Viaggiare è l’unico valore.

Conoscere è il solo tesoro.

Per mezzo di ciò con cui si vede e si conosce, si diviene ciò che si conosce.

Noi vedevamo e conoscevamo per divenire ciò che conoscevamo.

Quando donai al re dei Norroni tre nostri elmi egli disse che li avrebbe custoditi sotto la terra per benedirla e renderla fertile.

E così fece.

THARROS LA NASCITA DELL’OCCIDENTE

Di Antonangelo Liori

Capitolo 28 – Quando io avevo i miei sandali

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Quando allacciavo al piede i miei sandali sedevo nella tolda della mia nave: ragione e senso di ogni viaggio.

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L’artigiano che fece i miei sandali prendeva l’allume da Furtei e il tannino dai lentischi del montiferru.

Facevo da lui i sandali per andare alla guerra, e i gambali per proteggere le mie gambe, e gli schinieri, e i miei scudi, e i pettorali, e le faretre,

Eravamo, armati da guerra, sempre in pace.

Perché la guerra per noi era una danza e ovunque andassimo preferivano diventare nostri amici che avversari.

Una danza era per noi la guerra.

Ci muovevano veloci come nessun altro.

E i re preferivano trattare.

Ora che sono vecchio amo raccontare.

Quando ero giovane costruivo racconti.

Mai menzogne o inganni: combattevamo da eroi.

Risalimmo dal mar Nero sino in Bulgaria e nel viaggio commerciavamo o derubavamo chi non voleva commerciare con noi.

Quando arrivai in Bulgaria volli ingraziarmi gli dei realizzando un pozzo sacro, dove avevamo a lungo combattuto e vinto.

Tornai a casa dopo 6 anni di viaggio.

Ed ero ricco e stanco.

I miei figli erano già grandi.

Arrivai io e partirono loro.

Qualcuno tornò, qualcuno resto in Oriente, qualcuno raggiunse il regno dei non beati.

Non piansi per la sorte degli sfortunati e non mi beai della fortuna di chi la ebbe.

Tutto è nelle mani del Dio degli eserciti.

Lui da e lui toglie.

Quando indosso i miei sandali da guerra sono sulla tolda della mia nave.

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