Senza aggiungere ai pro e ai contro, una sola osservazione sul monologo di Benigni. Due ore di “parlato” mi portano a ricordare che i vangeli, anche dopo la loro “scrittura”, furono trasmessi per diversi secoli soprattutto per via di racconti a viva voce. Da un punto di vista positivo, era in primo piano la partecipazione e la convinzione del narratore per coinvolgere a sua volta chi ascoltava, mentre da un punto di vista negativo, passava in secondo piano l’esattezza dei fatti, che venivano automaticamente un po’ “adattati” di volta in volta alle necessità dell’uditorio. È importante ricordarlo, quando le “parole” son diventate “sacre scritture”, e gli “esperti” invece del popolo sono diventati gli eruditi che si bisticciano fra di loro più o meno sul significato di ogni termine, tacciando di eretico chi la pensa diversamente. Con il risultato sovente di perdere il senso dell’insieme, e di confondere poesia e dichiarazione dei redditi.
Per chi si preoccupa della “precisione” da trasmettere, ci sarà sempre tempo per recuperare, ascoltando un prossimo racconto di un altro narratore. Certo a me sarebbe piaciuto non perdere una parolina di tre lettere nel racconto dell’ultimo dialogo di Gesù con Pietro. Alla faccia di quelli che hanno cambiato la traduzione del Padre nostro temendo di dire che Dio può anche “mettere alla prova”, nella prima domanda che Gesù rivolge a Pietro c’è una vera e propria tentazione, perché letteralmente c’è un “più”, scritto e non detto nel monologo: «Mi ami tu ‘più’ di questi?”. Ora, Pietro si ricorda bene che in quella sera di addii lui aveva detto «Anche se gli altri si scandalizzeranno, io no!». E si ricorda anche quale fine aveva fatto la sua promessa di superiorità, per cui nella risposta quel “più” lo toglie: «Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Troppo poco però “togliere”, senza alludere “più” chiaramente a quanto successo. Perciò la domanda viene ripetuta altre due volte fino a raggiungere quel numero di “tre” che rende esplicito il ricordo dei tre rinnegamenti. A questo punto Pietro “aggiunge”: «Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene».
Pur nell’oralità, Benigni è rimasto intrappolato nella discussione “scritta” dei cosiddetti “esperti” che perdono tempo a dare senso diverso ai due verbi greci “amare – voler bene”, qui semplicemente sinonimi, come del resto per i termini “agnelli -pecore” nelle risposte di Gesù. E nelle discussioni delle “precisazioni esegetiche” si perde il perché del cammino a tre domande e il senso di quel “tutto”, che non è semplicemente il “tutto” richiesto dall’amore, ma il “tutto” che riassume la storia contraddittoria di Pietro e di ciascuno. Quel “più” omesso e quel “tutto” aggiunto erano lo “specifico” del monologo, e non il “generico” sull’amore: specifico di Pietro e di ciascuno.
Tu conosci tutto, di me,
il bene e il male.
Ma prima di ricordarmi i miei tre tradimenti,
tu mi hai fatto contare
i tuoi centocinquantatré grossi pesci.
Ti piace vincere ai numeri, Signore? (cfr. Giovanni 21)
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
“Tu conosci tutto, di me, il bene e il male. Ma prima di ricordarmi i miei tre tradimenti, tu mi hai fatto contare i tuoi centocinquantatré grossi pesci. Ti piace vincere ai numeri, Signore? (cfr. Giovanni 21)” Da Salmo 532 UOMINI NEL VENTO – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



