NATALE SENZA SCARPE


Editoriale del 21 dicembre 2025

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L’infanzia di mio nonno non fu facilissima.

Rimase orfano all’età di 3 anni: suo padre morì a neppure 30 in una tempesta di neve nel Natale del 1911.

Sua madre due anni dopo si risposò – allora non c’erano le pensioni di reversibilità e neppure le pensioni – con un bravo vedovo, che di figli ne aveva già altri due più grandicelli di lui che gli vollero bene più che a un fratello.  Nel 1919 – quando nonno di anni ne aveva ben 10, ed era in pratica un uomo fatto – andò nei boschi col patrigno per aiutarlo nella conduzione di una grande mandria di maiali. I due fratellastri erano scesi a svernare le pecore assieme a uno zio nelle pianure. Lontane.

Il Natale di quell’anno fu particolarmente rigido e nevoso ma gli abigeatari non sentivano mai freddo.

La madre di nonno era incinta per la terza volta del suo nuovo marito e in quei giorni avrebbe sgravato.

“Siamo qui da oltre un mese senza tornare in paese”, gli disse il patrigno: la sera del 24 dicembre “E sono preoccupato per tua madre: vorrei andare a casa per vedere come sta”.

“Andate”, gli rispose nonno: allora il voi era d’obbligo fra padre e figlio.

L’uomo sellò il cavallo e poi disse a nonno: “Scalzati”.

Il bambino, obbediente, si tolse “sos cosinzos”. e lui li prese con sé mettendoli nella bisaccia.

“Non dormire nel pinnettu e non accendere il fuoco per riscaldarti”, gli disse: “Io torno domani sera. Non stare mai lontano dal fucile e al primo rumore sospetto spara. Ma non per spaventare: quelli non si spaventano di certo, spara per uccidere”. Così salì a cavallo e diede di speroni: un viaggio di 5 ore lo attendeva.

Nonno, scalzo, chiuse la porta del pinnettu prendendo il fucile in spalla e fra le mani un pezzo di spianata dura e del lardo.

Si accoccolò sul ramo di una quercia e aspettò.

Il freddo ai piedi non gli avrebbe fatto chiudere occhio.

Accarezzò il fucile e non ebbe nessuna paura.

Aveva dieci anni, ormai, ed era un uomo fatto.

Dal ramo dove aveva eletto domicilio tutto vedeva: sembrava Gesù Bambino sull’albero di Natale.

Il 25 aprile recitò il Santo Rosario, mangiando altro lardo con pane.

Il patrigno arrivò, puntuale come un orologio svizzero, dopo 24 ore esatte, dieci delle quali trascorse a cavallo .

Dalla bisaccia estrasse le scarpe e un fagottino con una coscia di agnello arrosto e un pezzo di torrone.

Dandogli il tutto lo guardò felice: “maschio anche questo”, gli disse. Un bel maschietto. E lei sta bene. Quale Natale migliore?”.

“Già”, gli rispose nonno: “Il Natale più bello”.

Suo padre era morto il giorno di Natale di 7 anni prima”.

“Che nome gli avete messo”, domandò il bambino.

“Quello di tuo padre”.

Nonno pianse, ma senza lacrime.

“Grazie”, disse mentre si allacciava le scarpe.

Aveva dieci anni ed era ormai un uomo fatto.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“L’infanzia di mio nonno non fu facilissima. Rimase orfano all’età di 3 anni: suo padre morì a neppure 30 in una tempesta di neve nel Natale del 1911.” Da NATALE SENZA SCARPE — Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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