Salmo 533 DALLA POLINESIA UNA (NON) NUOVA IDEA DI STATO?


Editoriale del 20 dicembre 2025

Forse non avete mai sentito parlare dello stato di Tuvalu, il quarto stato più piccolo del mondo, più grande solo della Città del Vaticano, Monaco e Nauru: appena 26 km²con 9512 abitanti censiti al 2025, ma su quattro isole coralline e cinque atolli che stanno per essere sommersi dalle acque del Pacifico che si stanno innalzando. Tra le altre soluzioni al mare che avanza, un attuale trattato con l’Australia prevede ogni anno la concessione di 280 visti permanenti ai cittadini tuvaliani: la concessione avviene per estrazione a sorte, visto che quest’anno vi hanno partecipato 8750 persone (circa l’80% della popolazione). La soluzione ultima, che si sta però preparando, sembra potrà essere la nascita di una “nazione digitale”, per cui lo Stato continuerà a esistere anche qualora il territorio fisico scomparisse del tutto: «Si stanno sviluppando passaporti digitali, registri elettronici per la diaspora e un archivio culturale che conserva danza, lingua e artigianato. L’intero arcipelago è stato mappato in 3D per essere ricreato online, un luogo virtuale che i discendenti potranno visitare quando la terra reale non ci sarà più» (Avvenire 12 dicembre). Interessante notare che l’attuale trattato, firmato nel 2023, prende il nome di Falepili Union Treaty dal termine locale “falepilii”, con il quale i vicini di casa vengono considerati come di famiglia. Sogno di una nuova idea o pratica di “cittadinanza”?

Ma forse non sarebbe, in fondo, una forma di cittadinanza del tutto nuova. A parte lo “stato mentale” della città-stato di Aristan dalla topografia fluttuante, fatte le debite distinzioni, ricordo un versetto biblico in cui Dio è rappresentato dicendo: «la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (25,23).

Da questo concetto di una “terra promessa”, e non di una “promessa di terra”, derivavano ai tempi biblici sia il divieto di vendere per sempre e quindi “alienare”, una terra di famiglia, sia la condanna di quanti “spostavano i confini”. Da qui anche la tradizione degli anni giubilari, soprattutto quest’anno ridotti a evento socio-religioso di appartenenza di gruppo, e che invece in origine intendevano togliere a chi era diventato latifondista le terre acquisite per ridistribuirle a chi le aveva perse per debiti.

Da questo medesimo concetto di una “terra promessa” in cui vivere, e non di una “promessa di terra” di cui ritenersi “padroni”, i maggiori oppositori religiosi ebrei di ogni governo israeliano, e non solo di Netaniahu, derivano la loro convinzione che la formazione stessa di uno “stato ebraico” equivalga a un “abominio”, cioè a una eresia di idolatria (di sé stessi). Altri, in modo più laico, da questa medesima convinzione di fede di dover vivere nella “terra della promessa” come “forestieri e ospiti”, derivano la possibilità di essere “buoni cittadini” ebrei in qualsiasi altro stato non ebreo, cioè “non nazionalista” (o “sionista”). Per ora, tuttavia, la discussione di come avere due stati, palestinese ed ebraico, in un medesimo territorio, sembra non avere soluzione.
    Stiamo, almeno in qualche parte del mondo, in via di superare l’idea romantica dello stato “uno di lingua e di altare”; sembra impossibile, invece, superare l’idea di uno stato “uno di terra” o “di arme”.

Colui che conta il numero delle stelle è oltre ogni numero (Salmo 147,5),

ma credenti e non credenti sono uguali prigionieri

di numeri che nemmeno riescono a contare.

Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

“A parte lo “stato mentale” della città-stato di Aristan dalla topografia fluttuante, fatte le debite distinzioni, ricordo un versetto biblico in cui Dio è rappresentato dicendo: «la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (25,23).” Da Salmo 533 DALLA POLINESIA UNA (NON) NUOVA IDEA DI STATO? – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

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