Per chiudere un anno reso cupo e violento da governanti criminali e da una diffusa, loquace idiozia, propongo una breve lezione di Regalità Individuale sulla bellezza. Uno dei temi più travisati, inquinati, banalizzati e corrotti di sempre.
La bellezza – lo sappiamo, lo sentiamo – esiste. Ci abita e ci circonda molto più di quanto le circostanze possono farci credere. Si dice che salverà l’umanità e credo sia vero, in ogni caso potrà salvare il nostro regno individuale.
Comincio dalle opere d’arte. La loro la bellezza non è una faccenda soggettiva, ma un fatto oggettivo.
Non nasce dall’arbitrio del gusto individuale, ma da un insieme di relazioni formali, storiche, simboliche che rendono un’opera ciò che è.
Dire che un’opera non è bella perché “non piace” significa confondere il giudizio estetico con la reazione psicologica. Se qualcuno resta indifferente davanti alla “Macchina cinguettante” di Paul Klee o al Rach 3 di Sergej Rachmaninov, non è l’opera a mancare di bellezza: è il nostro cervello che non è ancora in grado di riconoscerla.
La bellezza artistica, infatti, non si consuma nell’impatto immediato. Alcune opere abbagliano per potenza e monumentalità, altre richiedono lentezza, educazione dello sguardo, una disponibilità al silenzio. In entrambi i casi, la bellezza non si crea soggettivamente: si scopre. Per questo il detto «non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace» risulta fuorviante se applicato all’arte, perché dissolve ogni criterio e riduce la bellezza a semplice preferenza.
Il discorso cambia se ci spostiamo sulla bellezza delle persone. Qui i canoni culturali giocano un ruolo decisivo: proporzioni, colori, tratti considerati desiderabili variano nello spazio e nel tempo. Ciò che appare bello in una cultura può risultare neutro o marginale in un’altra. Nel XVII secolo le donne belle dovevano essere paffutelle, vedere i nudi di Rubens; negli anni sessanta del secolo scorso invece furoreggiavano le donne magrissime, come la top model Twiggy.
La bellezza umana, dunque, non è mai del tutto oggettiva, ma filtrata da modelli condivisi.
E poi non dobbiamo dimenticare che un essere umano non è una fotografia. Va visto nel movimento, nello sguardo, nelle micro-espressioni che sfuggono a ogni schema. Accade così che una persona giudicata “brutta” secondo i canoni diventi improvvisamente bella, senza che sappiamo spiegare perché.
Dobbiamo saper accogliere al volo questa sensazione.
È in quel momento che la bellezza si libera: quando abbandona le griglie estetiche e si manifesta come relazione, sorpresa, attrazione inattesa.
Liberalizzare la bellezza significa applicare quella che nei codici della regalità individuale viene definita ‘strategia dell’attenzione’. Il modo migliore per imparare a vedere e sentire davvero la vita.
La notte del prossimo 31 dicembre, dunque, formiamo un grande corteo virtuale e spregiudicatamente, sotto lo sguardo vigile della questura virtuale, scandiamo a squarciagola, ritmicamente, questi due slogan eversivi: Bellezza libera! Viva la vita!
Auguro un bell’anno a tutti. Anche a chi mi ha mollato alla quinta riga.
Filippo Martinez (Docente di Regalità Individuale)
“Se qualcuno resta indifferente davanti alla “Macchina cinguettante” di Paul Klee o al Rach 3 di Sergej Rachmaninov, non è l’opera a mancare di bellezza: è il nostro cervello che non è ancora in grado di riconoscerla.” Da BELLEZZA LIBERA! – Editoriale di Filippo Martinez (Docente di Regalità Individuale)



