Nasceva a Livorno 190 anni fa Pietro Coccoluto Ferrigni. Bambino prodigio (impara a leggere a tre anni) e studente brillantissimo (celebre per la memoria strepitosa), appena diciottenne già scriveva recensioni teatrali. A 23 anni, diventa segretario di Garibaldi e l’anno successivo partecipa alla spedizione dei Mille, dove scrive come inviato di guerra e viene ferito nella battaglia di Milazzo. Si firmava ‘Yorick’, dal nome del buffone scespiriano il cui teschio viene tenuto tra le mani di Amleto. Scrisse dialoghi vivacissimi tra personaggi della vita quotidiana che sembrano scritti più per una messinscena teatrale che per un racconto da leggere: come “Alla trattoria”, un brillante scambio di botte e risposta tra un oste e i suoi clienti che raccontano aneddoti degni delle vignette di Jacovitti (un duello alla pistola nel quale gli avversari “s’erano mirati tanto bene, che le palle sono uscite da una canna e si sono andate a ficcare in quell’altra”) e fanno battute contro la politica, che “non è buona ad altro che a sciupare il carnevale”. Come se un registratore passato tra i tavoli della trattoria avesse raccolto le chiacchiere della gente, serbandone la fragranza con il tono genuino del parlato toscano. Sembra di vederlo, Yorick, “curioso per natura e pettegolo per dovere d’ufficio”, seduto con le antenne dritte pronte a catturare i luoghi comuni, le piccole malignità e le bischerate varie: “chi parla di politica, chi di amore, chi di mode, chi di affari, chi dice male del prossimo suo, chi si occupa di sé, chi degli altri… e quest’insieme di frasi scucite, questo cibreo di parole senza nesso, questo brulicame d’idee senza seguito si chiama più tardi la pubblica opinione!”. È il mondo intero una ribalta, sostiene Shakespeare, e Yorick, spettatore di prima fila, seleziona e diffonde il meglio di gag e sketch che altrimenti andrebbe perduto nel flusso effimero della realtà, diventandone il cronista. Insomma, Coccoluto Ferrigni non ha mai tradito la sua prima vocazione, quella di critico teatrale: ha solo allargato gli orizzonti, spostandosi dalle tavole del palcoscenico allo spettacolo dell’esistenza vera. Snobbato dai critici che lo accusavano di superficialità e maniera, è oggi un autore da riscoprire come umorista di talento dalla penna graffiante, e i suoi libri, ormai introvabili, da ristampare e rileggere con gusto. La presenza più viva di Yorick non è quella giunta fino a noi attraverso i suoi scritti, ma quella della sua figura, ritratta da un celebre dipinto dell’amico Vittorio Corcos nel 1889: un signore basso, tarchiato e baffuto, dal cappotto marrone, con una sigaretta nella mano destra e la sinistra in tasca, passeggia sullo sfondo del muro di un palazzo, imbrattato di disegni infantili e molte scritte. Tra di esse questi versi, composti dallo stesso ritrattato: “Se l’uomo qui dipinto al naturale/ non è giovin, grazioso ed alto e snello,/ se ne accusi il pennello:/ non ci ha colpa, per Dio, l’originale”.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
“Si firmava ‘Yorick’, dal nome del buffone scespiriano il cui teschio viene tenuto tra le mani di Amleto.” Da 190 ANNI DI YORICK – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



