Inizi la giornata ancora al buio, e ti sembra di dare una spinta al sole. Con l’età, poi, ci prendi abitudine e senso d’importanza. E ti sembra anche vero. Finché un giorno ti capita di alzarti a luce fatta, e ti accorgi che il sole è alto già per conto suo.
Fu anche l’esperienza degli antichi salmisti. Giocando sull’ambiguità tra “casa/tempio/famiglia”, tra “città/Gerusalemme”, e tra “amato/amati” (singolare o plurale), toglievano importanza anche al grande Salomone (”amato da Dio”, il suo soprannome in 2Sam 12,25), al quale un po’ maliziosamente estendono la dedica del Salmo 127, sapendo bene che il grande re si “tolse sonno” più per costruire la “casa” propria (13 anni) che il “tempio” di Dio (7 anni), senza aver la “beatitudine” normale di vedere la propria opera continuare nei figli (seconda parte del salmo vv. 3-4):
1 «Canto salendo a Gerusalemme. Per Salomone.
Se il Signore non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori.
Se il Signore non vigila sulla città,
invano veglia la sentinella.
2 Vano per voi alzarvi presto
e tornare tardi a sedervi;
come chi mangia pane dopo aver lavorato,
così (il Signore) dà sonno a coloro che/chi ama».
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



