Vaffanculo morte!
Perdonami David, il mio commento per il trasloco della tua presenza fisica così elegante, così leggera, non meritava un incipit così volgare. Ma sono 20 minuti che cerco le parole giuste per il nostro relativo commiato senza trovare niente di adeguato. È un’espressione che con una forza irrefrenabile mi è venuta su non dalle viscere ma dal cuore. Che non è quel muscolo melenso tramandato dalla retorica più stucchevole, è molto più nobile, molto più forte, molto più fragile. E, quando occorre, molto più violento.
Poi, lo so bene, non si muore mai davvero. Ne sono convinto: i sogni non si dissolvono nella morte. E nemmeno le nostre cellule. Nemmeno le nostre tracce terrene. Nemmeno quella indecifrabile entità che dal buio dei tempi viene definita “anima”. Semplicemente traslochiamo.
Tuttavia.
Tuttavia il 16 marzo scorso ho parlato per sedici minuti e nove secondi con te, David, della mostra che stavi organizzando in combutta con lo straordinario ceramista e scultore Giampaolo Bertozzi; poi abbiamo riso quando ho evocato la tua canzone “Franco a Catania”, una garbata presa in giro al grande Franco Battiato; e infine abbiamo discusso della lezione intitolata “La realtà è un malinteso” che avremmo dovuto tenere insieme a Luigi Serafini durante quest’anno accademico dell’Università di Aristan.
Invece niente lezione.
Ma, se è vero che nessuno muore mai davvero, che i sogni trasmigrano come le nostre tracce, che noi siamo metamorfici, che l’anima ci connette con l’universo… è anche vero che non potrò più sorridere vedendo apparire sul display del mio cellulare la scritta “David Riondino”. Geniale, poetico, eclettico, colto, generosissimo amico mio fraterno.
Dunque: vaffanculo morte!
Filippo Martinez (Amico)
“poi abbiamo riso quando ho evocato la tua canzone “Franco a Catania”, una garbata presa in giro al grande Franco Battiato” Da SENZA DAVID – Editoriale di Filippo Martinez (Amico)



