Quando nonno arrivò a Buggerru con la sua famiglia, quella che era allora una elegante cittadina di 11 mila abitanti soprannominata “La piccola Parigi” li guardò come fossero arrivati i Rus nella loro quieta Paflagonia.
Nonno era un gigante in velluto color oliva, con i gambali lucenti e biondo e con gli occhi celesti più del mare freddi e taglienti, la moglie una donna che superava il metro e 75 nel suo altero costume d’orbace rosso e dietro 4 ragazzine, la più grade delle quali aveva 14 anni e la più piccola, mia mamma, 6, tutte in costume d’orbace rosso anch’esse, in fila indiana come soldatini slovacchi.
Avevano preso la grande tanca di Gaetas, sopra la quale svettava una bella casa moderna, su due piani, a cento metri dall’ovile dove vivevano, accanto al bestiame, due servi pastori in velluto nero, dall’aspetto misterioso ed eternamente silenziosi che solo con nonno parlavano in desulese stretto.
Ogni mattina le bambine più piccole andavano a scuola accompagnate dalla più grande che vigilava su di loro come Giulio Cesare sui galli celtiberi presi di mira dagli Elvezi.
La domenica tutte in messa, nonna davanti e le ragazzine dietro a comporre un perfetto triangolo rettangolo.
Nonno, nel rustico caseificio al pian terreno della casa, le guardava camminare mentre faceva il formaggio da vendere poi a minatori e dirigenti della miniera.
Decisero in quegli anni di non transumare per consentire alle bambine di finire le scuole e soprattutto per smerciare a caro prezzo i prodotti del bestiame ai minatori che non sapevano fare provviste.
Fu così che quella domenica del 25 aprile – mamma ricorda la data con ossessionata precisione – scoprirono che Buggerru era come e più di Parigi luogo di perdizione.
Tornando dalla messa, infatti, mamma e le sue sorelle voltarono contemporaneamente otto occhi verso la spiaggia.
Sulle prime nonna, che le aveva viste con la coda dell’occhio, pensava potessero aver rivolto lo sguardo per assistere al miracolo di quel mare cangiante.
Così anche lei si voltò ma assistette a una scena dalla oscena tragicità: uomini e donne seminudi giacevano accanto sulla sabbia.
E, se avesse conosciuto Dante, avrebbe visto in quel secondo cerchio dell’inferno Semiramide e Cleopatra, Didone ed Elena, Tristano e Paride.
Invece no.
Vide solo signora Carlotta, quella che comprava miele e ricotta ogni sabato per il marito ragioniere, e dottor Gigetto che ogni settimana prendeva un guanciale, Vanna l’infermiera che voleva sempre il formaggio semistagionato e Peppetto il caposquadra che andava matto per il formaggio marcio.
Nonna impazzì.
Tutto marcio le sembrava.
Più veloce della littorina Montecorte-Mandas agitò le sue mani ben più numerose di quelle della dea Khalì per tappare gli occhi delle ragazzine urlando loro. “Su peccau mortale, su peccau mortale” e, a suon di ceffoni, le costringe a tornare a casa con lo sguardo rivolto verso la montagna.
Rientrate alla base, il vigile marito la interrogò su quanto aveva scorto da lontano.
“Ti dico quando siamo soli”, gli rispose lei: “Ma io torno a Desulo scuola o non scuola. In inverno va bene, ma in estate questo paese si trasforma in un luogo di perdizione dove il diavolo vince sui santi e io non corromperò le nostre bambine in questo regno di peccatori”.
Nonno annuì e lei salì le scale assieme alle pargole per preparare nel grande appartamento del primo piano “sa bagna” di “anzone errile”.
Pranzarono muti e composti.
I servi pastori, che tutto avevano visto, nulla domandarono, anche se dal loro viso trapelava un filo di severa disapprovazione per questo mondo moderno e corrotto.
Anche il formaggio di fine pasto sembrava avere un sapore amaro.
Mamma pianse un po’, anche se non sapeva perché.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“se avesse conosciuto Dante, avrebbe visto in quel secondo cerchio dell’inferno Semiramide e Cleopatra, Didone ed Elena, Tristano e Paride.” Da NONNA E LE SUE FIGLIE NELLA PERDIZIONE DI BUGGERRU – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



