UNA VITA SENZA NUMERI


Editoriale del 29 aprile 2026

Secondo molti accreditati linguisti è il linguaggio che organizza la realtà, la costruzione del linguaggio è una capacità innata degli umani. È per questo che nella struttura delle lingue esistono somiglianze profonde. In principio vi è il “verbo” (“logos”, ovvero “parola” ma anche “progetto”). Per decenni questa teoria che mettevo in relazione col Vangelo di Giovanni mi ha convinta e affascinata. Poi ho saputo dei Pirahãs.

I Pirahãs sono un popolo dell’Amazzonia molto diverso da tutti quelli che abitano il nostro pianeta. Nella loro lingua non esistono parole che indichino i numeri e le quantità vengono distinte in scarsa/minore o abbondante/maggiore. E, infatti, i Pirahãs non sanno contare e secondo gli antropologi e linguisti che li hanno studiati non sono neppure in grado di imparare a contare. Anche i colori sono assenti dal vocabolario dei Pirahãs, perché, afferma Daniel Everett, l’antropologo linguista missionario che visse per anni con i Pirahãs, la parola “rosso” o quella che indica qualsiasi altro colore, è una generalizzazione arbitraria che non ha un riscontro oggettivo, preciso nella realtà. E i Pirahãs non danno un nome a qualcosa che non esiste. Sarebbe un modo di alterare la realtà inserendo dei falsi elementi, degli elementi depistanti. E questo i Pirahãs non lo consentono. E non accettano di prendere in considerazione qualcosa di cui nessuno ha avuto esperienza diretta. Per questo motivo, dopo che Everett ebbe raccontato di Gesù e di come le sue parole e i suoi esempi gli avessero cambiato la vita, gli domandarono del colore della pelle del Cristo e, saputo che né Everett né nessuno dei suoi conoscenti avevano mai visto Gesù, gli chiesero di smetterla di parlare di qualcosa che non conosceva. [Nel video qui sotto trovate la testimonianza di Everett – N.d.R.]

Secondo quanto racconta Everett nel libro “Non dormire, ci sono i serpenti” questo popolo dalla felicità “pervasiva”, trascorre una gran parte della giornata parlando ridendo mormorando e fischiando; disponendo infatti di sole tre vocali e otto consonanti, la loro comunicazione alterna alla lingua parlata mormorii e fischi. I Pirahãs non hanno miti né riti, né storia. E per quel che riguarda il futuro non mostrano grande interesse, preferiscono rendere piacevole il presente schiacciando pisolini di 15 minuti ogni due ore e, di notte, riunendosi nelle loro capanne intorno al fuoco per chiacchierare ad alta voce, ridere, scherzare, mangiare patate dolci appena cotte e contrappuntare il tutto con allegri peti conviviali. Se, conquistati dalla loro interpretazione dell’esistenza, gli fate un regalo sappiate che non possiedono la parola “grazie”, che per loro non significa nulla, ma appena possibile vi faranno loro un dono, un pesce o della frutta; oppure, tra risate e scoregge, vi aiuteranno a sistemare il tetto della capanna.

Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

“Secondo quanto racconta Everett nel libro “Non dormire, ci sono i serpenti” questo popolo dalla felicità “pervasiva”, trascorre una gran parte della giornata parlando ridendo mormorando e fischiando; disponendo infatti di sole tre vocali e otto consonanti, la loro comunicazione alterna alla lingua parlata mormorii e fischi.” Da UNA VITA SENZA NUMERI – Editoriale di Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

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