LA PERDITA DELL’INNOCENZA


Editoriale del 12 giugno 2026

Mia madre, maestra elementare, era figlia di un colonnello, e questo — negli anni ’35–’40 — valeva più di un titolo nobiliare. Gli ufficiali non camminavano: sfilavano. E le signore per bene sospiravano come se ogni uniforme fosse un biglietto per un matrimonio vantaggioso, o almeno per un pomeriggio di fantasia patriottica.

In questo clima da operetta, mia madre canticchiava con voce stonata ma convintissima:
 «Bel tenentino, prestami il tuo spadino…»
 La canzone, purtroppo, continuava: «Cosa ne vuoi tu fare?» — «Voglio morire d’amore, voglio morire per te!».
 Io, bambino, ascoltavo e pensavo che forse sarebbe stato meglio prestarle un silenziatore, altro che spadino.

Un’altra sua canzone finiva con: «Angelo mio, perché non canti più?».
 Lei raccontava con orgoglio che, a tre anni, rispondevo: «Già canto sì!».
 Un prodigio, secondo lei.
 Una condanna, secondo me.
 Ripeteva questa storia a chiunque, con quella gioia sadica che i genitori provano quando ricordano episodi che i figli vorrebbero cancellare con la calce viva. A cinque anni avevo già capito che la mia reputazione era perduta.

A dodici anni eravamo sfollati in un paese della Sardegna. Mio padre era a Roma per un “breve esame medico”, che la guerra trasformò in un Erasmus coatto di due anni.
 Abitavamo presso la famiglia di un muratore. La moglie, coetanea di mia madre, aveva tre figli della nostra età e un talento naturale per la maldicenza.

Un giorno arrivò un paracadutista della Folgore: alto, magro, bello, col cappello di traverso come nei manifesti di propaganda. Sembrava uscito da un film, e infatti si comportava come se fosse stato scritturato per il ruolo del seduttore in licenza premio.

Poiché mia madre e il paracadutista erano scomparsi dalla cucina, la padrona di casa mi sussurrò, con un tono falsamente preoccupato ma grondante gelosia, invidia, curiosità e cattiveria:
 «Dov’è andata tua mamma? Vai e cercala».
 Era evidente che sperava in uno scandalo. Io, ingenuo, glielo consegnai su un vassoio.

La trovai nella stanza accanto, abbracciata al paracadutista — Michele.
 Appena mi videro, si staccarono con la rapidità di due scolari colti a copiare durante un compito.
 Quella fu, per me, la fine dell’innocenza.
 Ero “Araldino del Signore”, avevo imparato il catechismo, i comandamenti, soprattutto il celebre “non commettere atti impuri”.
 E lì, davanti a me, gli adulti lo violavano con la leggerezza di chi rompe un biscotto e neanche si scusa per le briciole.

Pensai di punire mia madre.
 Non toccai cibo per due giorni, convinto che il mio digiuno avrebbe fatto tremare le fondamenta morali della famiglia.
 Non tremò nulla.
 Nemmeno un cucchiaino.

Quando Michele se ne andò, marciando come un attore che esce di scena dopo aver recitato male, gli tirai una palla di neve sulla testa.
 Il cappello gli cadde a terra.
 Un trionfo minuscolo, ma mio.

Ero perfettamente consapevole che il mio non era certo il gesto “divino, eroico” del ragazzo genovese Giovanni Battista Perasso, quello che scagliò un sasso contro gli Austriaci dando inizio alla loro cacciata da Genova.
 Il mio era solo un colpo di gelo sulla nuca di un seduttore in trasferta.
 Ma, per un dodicenne tradito dalla madre, valeva come una rivoluzione.

Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

“Quando Michele se ne andò, marciando come un attore che esce di scena, gli tirai una palla di neve sulla testa. Il cappello gli cadde a terra.” Da LA PERDITA DELL’INNOCENZA – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

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