Fra poco cominceranno gli esami orali per la maturità. Non mi piace dare consigli non richiesti, tuttavia racconterò ora un’esperienza emblematica avvenuta in pieno Paleolitico medio, nel 1971, che finì bene. La mia.
A quei tempi l’interrogazione verteva principalmente su due materie. Una, scelta dal candidato, l’altra dalla commissione d’esame.
Io scelsi Italiano e la commissione mi rifilò Greco.
Amavo il greco ma tradotto da poeti italiani come Vincenzo Monti (Iliade) o Ippolito Pindemonte (Odissea); in grammatica, invece, ero un asino assoluto. Al liceo ero sempre andato avanti grazie a una serie di trucchi nelle interrogazioni e scambi di merce negli scritti. Ritrovarmi il Greco all’esame di maturità mi creava un grosso problema; inoltre, ad aggravare la situazione, nella commissione esaminatrice c’era un professore della sezione A che mi odiava visceralmente per un motivo che non dirò.
Prima di proseguire con questo racconto bisogna sapere che, dopo esser stato bocciato in quarta ginnasio, ero sempre stato nella prestigiosa sezione D, dove il preside del De Castro di Oristano, Bruno Manai, deportava gli studenti che riteneva a vario titolo “i peggiori”. Un habitat perfetto per accogliere la nascita di un nuovo, microscopico partito – tre iscritti, me compreso – fermamente determinato a conquistare il potere individuale: il Partito Epicureo.
Epicuro ci era piaciuto subito perché, a differenza di altri filosofi pur affascinanti ma tormentati e infelici – come Friedrich Nietzsche che finì i suoi giorni nella follia – puntava dritto alla felicità attraverso la ricerca del piacere.
Uno di questi piaceri consisteva nel goderci la scuola studiando solo le materie che preferivamo, cercando però di essere sempre promossi grazie a sofisticate strategie di comunicazione. E oggi posso dire senza falsa modestia che il mio esame di maturità può essere considerato un esempio paradigmatico della raffinatezza tecnica raggiunta dal Partito Epicureo.
Torniamo al mio esame. Come ho detto la situazione era complicata. Avevo un commissario contro e non dovevo dargli tempo di capire che il mio tallone d’Achille era la grammatica greca.
Ma sapevo che l’interrogazione sarebbe cominciata dall’analisi dello scritto.
Era lì che dovevo colpire.
Per sottrarre tempo al Greco avrei dovuto scrivere un tema in grado di suscitare una discussione controversa, e quindi lunga.
In questo senso l’ostilità del docente che mi odiava avrebbe potuto perfino giocare a mio favore.
E, come vedremo, così fu.
Tra le tracce proposte scelsi quella che citava una lettera del 1943 nella quale Albert Einstein si chiedeva, dialogando con Sigmund Freud, se esistesse un modo per liberare l’umanità dalla fatalità della guerra grazie anche al progresso della scienza moderna.
A quei tempi Einstein non era ancora il testimonial di una catena di supermercati e godeva di un carisma cristallino. Avrei dovuto metterlo in discussione, possibilmente con una formula letteraria originale. Questo mi avrebbero garantito un dibattito serrato e una preziosa dispersione di tempo.
La chiave per polemizzare con Einstein la devo a mio padre. Molti anni prima avevo assistito a una sua discussione con due amici che esaltavano il radicale pacifismo dello scienziato. In quell’occasione papà osservò che Einstein aveva predicato bene ma non aveva “razzolato” benissimo. La corsa agli armamenti nucleari, infatti, ebbe un impulso decisivo quando, alla fine degli anni Trenta, egli firmò una lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, avvertendolo che la Germania nazista avrebbe potuto sviluppare armi basate sulla fissione nucleare e invitandolo a finanziare ricerche in materia.
Einstein non partecipò poi alla costruzione della bomba atomica, ma quella lettera viene spesso considerata uno degli atti che contribuirono all’avvio del Progetto Manhattan, culminato con le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki.
Costruii il tema aprendolo col disegno del manifesto funebre di un ragazzo immaginario ucciso nel 1943, durante il bombardamento di Cagliari. Parlai in prima persona, come fossi lui ventotto anni dopo la morte, e nella sua intemerata postuma contro la guerra inserii en passant il riferimento alla lettera di Einstein a Roosevelt.
Come avevo sperato il commento al mio tema scatenò un lungo e acceso dibattito, soprattutto grazie al professore che mi odiava.
Mi attaccò furiosamente su tre punti. Primo: il manifesto funebre era una buffonata. Secondo: parlare come fossi il ragazzo morto era irriguardoso – nonostante nel tema specificassi chiaramente che si trattava di un ragazzo inventato. Terzo: la storia della lettera di Einstein a Roosevelt era un’invenzione.
Mi difesi e fui difeso, in particolare da due commissarie che apprezzarono molto la struttura del tema e confermarono l’esistenza della lettera.
Rimase pochissimo tempo per il greco e me la cavai. Mi chiesero dell’Iliade e io citai l’incipit, l’unico brano che conoscevo a memoria: “Cantami, o Diva, del pelìde Achille l’ira funesta, che infiniti addusse…”, soffermandomi sulla prima parola del poema, mênis, che in greco indica ira profonda, uno dei nuclei essenziali dell’opera. Mênis fu l’unica parola greca citata durante il mio esame.
Presi 42 su 60 e, insperatamente, ottenni le mezze tasse.
Seppi in seguito che due dei sei commissari diedero 1 al mio tema, mentre gli altri quattro gli diedero 10.
Diversi decenni dopo, presentando il libro di Giulio Giorello e Ilaria Cozzaglio intitolato ‘La filosofia di Topolino’, non potei fare a meno di tornare sulla lettera di Einstein a Roosevelt.
Giorello prese spunto da un racconto della Disney, ‘Topolino e il mistero dell’Uomo Nuvola’, nel quale l’Uomo Nuvola, chiaramente ispirato a Einstein, avendo scoperto la formula della energia atomica si rifiuta di consegnarla a Topolino – e dunque agli Stati Uniti – ritenendo l’umanità troppo immatura per gestire una forza tanto sconvolgente.
Aveva ragione l’Uomo Nuvola.
Allora come oggi.
Filippo Martinez (Esaminato)
“Einstein aveva predicato bene ma non aveva “razzolato” benissimo.” Da L’EINSTEIN DEL MIO ESAME – Editoriale di Filippo Martinez (Esaminando)



