L’ultimo salmo sui principi non negoziabili voleva parlare del modo di affrontare i principi, e invece sono arrivate reazioni sui contenuti: credenti religiosi a difendere i principi non negoziabili, credenti atei a irriderli. Con toni del tutto inconsueti su Aristan.
Conviene allora ricordare che la questione dei “principi non negoziabili” o del Deep Moral Disagreement, come il linguaggio filosofico dice in modo meno contrastivo, non nasce ieri né nasce in Italia. È una lunga storia.
Platone cerca un Bene che non dipenda dalle opinioni mutevoli della città; Aristotele ricorda che anche i principi più alti devono passare per la prudenza concreta. Il cristianesimo delle origini aggiunge che non negoziabile è la fedeltà al Vangelo, a costo del martirio. Tommaso distingue tra i precetti primi della legge naturale — universali — e le loro applicazioni storiche. Kant e il giusnaturalismo parlano di diritti fondamentali che nessuno Stato può violare.
Una svolta arriva con le guerre di religione. Nasce la democrazia, che non è relativismo ma gestione dei conflitti: quando un gruppo pretende di imporre i propri principi assoluti a tutti, la società implode. Per questo filosofi liberali (Rawls, Habermas) e correnti pragmatiche (James, Dewey, Rorty) arrivano a sostenere che in democrazia l’unica vera non negoziabilità risieda in regole procedurali che permettano una convivenza sociale.
Ed è qui che la storia si increspa. Nel 2002, nella Nota dottrinale firmata da Ratzinger, compare per la prima volta in modo ufficiale la formula “principi non negoziabili”, ma si lascia vuoto lo spazio occupato dalla distinzione acquisita in campo laico tra principi procedurali e contenuti morali. In modo paradossale, Il testo del card. Ratzinger, infatti, parte da una premessa del tutto dimenticata dai difensori social della vera fede: «Il cristiano è tenuto ad ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali…», e subito dopo afferma che la democrazia ha bisogno di principi etici che «per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale, non sono ‘negoziabili’». Come conciliare le due cose?
Immaginare come la premessa della legittima pluralità delle opzioni temporali possa “conciliarsi” con la non negoziabilità dei principi: una bella sfida alla fantasia creativa dei credenti religiosi e dei credenti di fede opposta, visto che, a parte i social, nella realtà devono convivere. Nel dibattito filosofico attuale sul “Deep Moral Disagreement” si parla proprio di “Unthinkable Possibilities – possibilità impensabili”: quanta immaginazione anche di fantasia creativa ci vuole per “vedersi” vivere e lasciar vivere in un mondo pluralista, diverso dal proprio? Forse, l’immaginazione avanza proprio là dove la ragione si perde.
Altrimenti, fermandosi ai contenuti e ignorando le procedure di convivenza, il rischio è di assomigliare, non nei contenuti ma nella forma, sia agli Stati teocratici sia ai totalitarismi atei, dove la legge civile coincide con la legge di un gruppo. I contrari sovente arrivano a coincidere.
Ma qualcuno, e da punti di vista opposti, ripeterà che tutta questa storia — Grecia, Tommaso, Kant, Rawls — è inutile. E sarei anche d’accordo, almeno perché a un cristiano dovrebbe bastare Paolo.
Paolo, il cristiano senza eredi
il pragmatico inascoltato:
«Se qualcuno crede di sapere qualcosa,
non ha ancora imparato come bisogna sapere» (1Cor 8,2).
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
Didascalia:
La conversione di Paolo – Caravaggio
“Platone cerca un Bene che non dipenda dalle opinioni mutevoli della città; Aristotele ricorda che anche i principi più alti devono passare per la prudenza concreta. Il cristianesimo delle origini aggiunge che non negoziabile è la fedeltà al Vangelo, a costo del martirio. Tommaso distingue tra i precetti primi della legge naturale — universali — e le loro applicazioni storiche. Kant e il giusnaturalismo parlano di diritti fondamentali che nessuno Stato può violare.” Da Salmo 560 CHI CREDE DI SAPERE… Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)


