Hrayr Terzian era nato ad Addis Abeba, figlio di armeni rifugiati in Etiopia durante la Prima guerra mondiale. Si era laureato a Padova con Giovanni Battista Belloni, uno dei maggiori neurologi dell’epoca. Aveva lavorato nel reparto neurologico del National Hospital di Londra e poi a Marsiglia, dove aveva appreso le più avanzate frontiere della neurofisiologia. Dal 1966 al 1970 insegnò neurologia e psichiatria all’Università di Cagliari.
Il mio primo incontro con lui avvenne al mio rientro dagli Stati Uniti. Ero stato promosso professore ordinario di farmacologia e dovevo essere accolto nella Facoltà di Medicina di Cagliari. La prassi accademica prevedeva un rito antico: incontrare uno ad uno tutti i professori della facoltà per ottenere il loro assenso. Di quel cerimoniale, che mi parve medievale, ricordo due incontri: quello con il chirurgo Luciano Provenzale e quello con Hrayr Terzian, comunista rinnegato.
Provenzale era celebre per aver ideato un metodo che permetteva di esplorare dall’interno con l’endoscopio l’intestino umano per intero. Per questo aveva ricevuto un premio internazionale. Mi scambiò per un rappresentante di medicinali e mi respinse con un brusco “non oggi, per voi ho riservato il venerdì alle otto del mattino”. Quando comprese l’equivoco, mi abbracciò come si usa tra membri della stessa casta.
Anche l’incontro con Terzian fu tutt’altro che cordiale. Mi disse:
«Tu non devi chiedermi nulla. Ti conosco da tempo per le tue attività scientifiche: non hai bisogno della mia approvazione. Così come tu dovresti sapere del mio lavoro e quanto io sia allergico a queste ritualità borghesi».
Da quel giorno, però, diventammo amici.
Scoprii quanto fosse attento agli aspetti sociali e politici della psichiatria. Fondamentale fu il suo incontro con Franco Basaglia, con il quale collaborò alla riforma psichiatrica che divenne poi la legge 180. Terzian amava le persone con disturbi psichici: aveva capito che le scienze esatte, su cui si era formato, avevano un ruolo ancillare rispetto ai movimenti filosofici orientati alla comprensione dell’uomo, soprattutto della gente comune. Considerava il disagio psichico non come un disvalore, ma come un possibile accadimento della vita.
Un giorno assistetti a una sua lezione universitaria. Indicò un paziente che giaceva sotto un letto, gli chiese: «Perché stai lì?»
Il paziente, indicando il letto di sopra, rispose: «Aspetto che lui muoia».
Terzian mi raccontò che, negli ospedali psichiatrici, le suore tagliavano la carne per i pazienti obbedienti, con forbici nascoste sotto la tonaca, perché i coltelli erano proibiti.
C’era però un tratto che lo definiva più di tutti: Terzian non faceva pagare le visite ai pazienti delle famiglie disagiate.
Era la sua forma di giustizia silenziosa.
Diceva che la sofferenza psichica non può essere filtrata dal reddito, e che la cura è un diritto, non un privilegio. Era il comunista della porta accanto: niente proclami, solo gesti quotidiani.
Riconobbi che ciò che riceveva dai suoi studenti e pazienti, come ammirazione, stima, riconoscenza e affetto, così come ciò che dava a loro non poteva essere comprato col danaro.
Nonostante le sue idee di sinistra, divenne rettore dell’Università di Verona grazie al prestigio scientifico. Neurologo di fama internazionale, clinico rispettato, docente carismatico: la comunità accademica votò il migliore, non il più allineato politicamente. Quando morì, nel 1988, la giunta democristiana di Verona gli dedicò una via. La Democrazia Cristiana veronese era moderata, cattolica, conservatrice ma non settaria: riconobbe in lui non un uomo di partito, ma un maestro della neurologia e una figura civile di valore.
Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)
“Terzian amava le persone con disturbi psichici: aveva capito che le scienze esatte, su cui si era formato, avevano un ruolo ancillare rispetto ai movimenti filosofici orientati alla comprensione dell’uomo, soprattutto della gente comune” Da TERZIAN, IL COMUNISTA DELLA PORTA ACCANTO



