Il 29 dicembre del 1980, a Geremeas, soffiava un furioso grecale. Alle 11:30 del mattino decisi di fare un breve giro in windsurf per rientrare all’ora di pranzo. Il vento era fortissimo, ma il mare di fronte a casa mia era solo increspato, protetto dal promontorio di Baccu Mandara.
Appena superata la zona riparata, una potente ventata mi strappò il boma e la vela dalle mani. Decisi allora di staccare l’albero dalla tavola per usarlo come remo, ma il vento lo portò via insieme alla vela e al boma. Rimasi a cavallo della tavola, che il grecale spingeva con violenza in direzione di Pula. Più di una volta la tavola mi scivolò dalle gambe e dovetti raggiungerla a nuoto.
Eppure non avevo paura. Non provavo terrore, ma un’insana euforia che non mi abbandonò neppure quando scesero la sera e la notte senza luna.
Quella euforia era l’effetto dell’ipotermia: quando la temperatura corporea scende sotto i 33°C, il cervello rilascia in modo disordinato i neurotrasmettitori. In particolare la dopamina viene rilasciata con la stessa intensità di chi assume una forte dose di cocaina. Era la dopamina a rendermi spavaldo, invincibile, a indurre allucinazioni e delirio, a farmi vedere e pensare cose inesistenti o irrazionali.
Vedevo luci che non c’erano e sentivo con certezza che un sonno sulla tavola mi avrebbe regalato un risveglio ristoratore. Cantai “Di Bonaria celeste regina” al largo della chiesa di Bonaria come se fossi in processione. Gridai aiuto in tre lingue a una luce rossa nel cielo che credevo un elicottero.
Quando avvistai le luci di bordo della petroliera che, per miracolo, incrociò la mia tavola, mi parvero fuochi d’artificio di Capodanno. I marinai mi tirarono su dal mare, rifiutarono di recuperare la tavola, mi riscaldarono con robuste sorsate di sambuca da una bottiglia e mi portarono all’ospedale San Giovanni di Dio.
Lì mi tolsero la muta (corta, senza maniche), mi rivestirono con il pigiama di un paziente che “ci ha lasciati due giorni fa”, mi misero a letto sotto una coperta di lana, con sei bottiglie di acqua calda. Un potente antiemetico spense la nausea, ma lasciò la sambuca nel mio corpo.
Il giovane giornalista Giorgio Pisano venne a intervistarmi e si lamentò scherzosamente che gli avevo rovinato il suo migliore coccodrillo. Mi scusai per non essere morto: i giornali avevano già preparato la prima pagina con la notizia della mia scomparsa, accompagnata da una foto di repertorio che mi ritraeva durante una lezione all’università. Dovettero sostituire quella pagina con la mia immagine sul letto, esausto ma vivo.
Caddi in un sonno profondo e mi svegliai la mattina seguente deciso a fuggire dall’ospedale. Un amico mi aiutò a scappare.
A Geremeas, mia moglie mi aspettava sul cancello di casa con in mano un grosso paio di forbici. Ancora allucinato, pensai ad Atropo, la Parca che taglia il filo della vita. Invece le forbici erano servite per trasformare la mia vela grande in un cumulo di coriandoli. Maria Antonia era convinta che l’ira fosse il miglior antidoto al pianto.
Lasciò cadere le forbici, mi abbracciò, entrambi piangevamo di gioia.
Ancora oggi odio il profumo della sambuca e i pigiami verdi a righe verticali!
Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)
“Il 28 dicembre di cinquant’anni fa, a Geremeas, soffiava un furioso grecale.” Da E NAUFRAGAR M’È DOLCE IN QUESTO MARE – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)



