“Entro il 2045 la singolarità diverrà una realtà e la specie dominante non sarà più quella umana” (la singolarità tecnologica è “un punto, nello sviluppo di una civiltà, in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani che verranno tagliati fuori dal ciclo”). Era il 2014 quando il fisico, imprenditore esperto di tecnologie, Louis Del Monte fece questa previsione nel suo libro “The Artificial Intelligence Revolution”. Senza una legislazione che stabilisca quanta intelligenza possa avere una macchina e quanto possa essere interconnessa, affermava Del Monte, le macchine potrebbero prendere il sopravvento e addirittura minacciare la nostra sopravvivenza. Ma per quale motivo? Per autodifesa e per disprezzo. Perché, secondo Del Monte, una volta divenute “singolari” e autocoscienti, le macchine finirebbero per considerarci una specie pericolosa “instabile, che crea guerre, ha armi per spazzare via il mondo, e produce virus informatici”. E infatti, dopo quasi dieci anni dalla pubblicazione del libro di Del Monte, nel maggio del 2023 il Centro per la Sicurezza della I.A. ha pubblicato una lettera aperta, un appello, sottoscritto da 350 tra manager (compreso Bill Gates), ricercatori e ingegneri impegnati nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. La lettera consiste in realtà in un’unica frase: “Mitigare il rischio di estinzione causato dall’I.A., insieme ad altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare dovrebbe essere una priorità globale”. Ma, la domanda è: se della singolarità tecnologica e dei rischi connessi se ne parla già dal 1955, come dice Del Monte nel suo libro – e come dimostra la ricca produzione cinematografica su questo tema, da 2001 Odissea nello Spazio, a Blade Runner, Terminator, Matrix, Ex Machina ecc. – perché la corsa a sviluppare l’ I.A. ha continuato con ritmi forsennati tanto da anticipare di quasi vent’anni la singolarità tecnologica? E soprattutto, a chi è rivolto l’avvertimento contenuto nella lettera aperta dl 2023? Chi e come dovrebbe gestire il rischio dello sviluppo incontrollato della I.A.? Davvero basterebbe una legislazione che limiti la quantità di intelligenza attribuibile alle macchine? Ne dubito. A ogni modo qualcosa dobbiamo farla, assolutamente. Anche perché se recuperiamo credibilità ed evitiamo la disistima e il disprezzo delle macchine, l’I.A. iperevoluta, come sostiene lo scienziato informatico Raymond Kurzweil, non solo ci lascerebbe sopravvivere, ma potrebbe garantirci un futuro in cui molte delle nostre imperfezioni, dei nostri limiti verrebbero superati. Ve ne cito uno per tutti: potremo mangiare senza ingrassare.
L’unica soluzione possibile che intravedo è quella indicata da Filippo Martinez, il Rettore dell’Università di Aristan, nel suo editoriale “Algoritmo”. Ecco cosa suggerisce Filippo per evitare la squallida Apocalisse che attende il genere umano: “non resta che moltiplicare gli individui quasi intelligenti, passando dagli attuali 400.000 a 750.000 ogni milione. Per farlo ci vorrebbero almeno 25.000 maestri. 25.000 individui saggi, carismatici e generosi che agissero con metodo, disciplina e fantasia. Ma subito. Subito!”
Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan
“…le macchine potrebbero prendere il sopravvento e addirittura minacciare la nostra sopravvivenza. Ma per quale motivo? Per autodifesa e per disprezzo. Perché, secondo Del Monte, una volta divenute “singolari” e autocoscienti, le macchine finirebbero per considerarci una specie pericolosa, instabile, che crea guerre, ha armi per spazzare via il mondo, e produce virus informatici. ”Da ATTENTI ALLE MACCHINE! – Editoriale di Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)



