Il ministro Antonio Tajani ha paragonato la scelta del voto politico a quella del matrimonio. Come consiglio al figlio ha sentenziato: “È preferibile una donna meno appariscente con la gonna un po’ più lunga, ma seria e affidabile, rispetto ad una più appariscente ma ritenuta instabile”. La frase è stata giudicata sessista e ha scatenato vivaci reazioni e commenti nell’opinione pubblica e nelle istituzioni. Undici senatrici del Campo Largo, dalle lunghe gambe, si sono presentate a Palazzo Madama in minigonna. Tajani si è scusato: “Le mie parole sono state fraintese, non ho mai offeso le donne”. Per risarcirle del malinteso ha nominato due ambasciatrici: una per l’Iran e l’altra per l’Afghanistan. Devo riconoscere che non ha pianto in diretta, a differenza del suo ex collega ministro della Cultura Sangiuliano che, tra le lacrime, ha chiesto perdono alla moglie e a Giorgia Meloni per il danno di immagine che ha provocato il suo love affaire con Maria Rosaria Boccia, alla quale però non ha chiesto scusa. All’estero la metafora della gonna un po’ lunga ha meritato a Tajani il titolo di Anti miniskirt ministry e il suo discorso in tajanese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU lo ha consacrato esperto linguista.
Io penso che il significato della metafora fosse quello di accreditare la figura di Tajani come discreta e affidabile anche se meno appariscente e vivace di qualche suo collega. Inoltre mirava a correggere l’impressione di una figura di bassa energia, priva di vitalità. Le contestazioni non erano provocate dalla metafora ma dalla stessa persona di Tajani. Lo avrebbero contestato come sessista, specista, classista e xenofobo anche se avesse detto “Moglie e buoi dei paesi tuoi”. Quali accuse avrebbe provocato se avesse pronunziato una delle massime surreali di Massimo Catalano del programma televisivo di Renzo Arbore “Quelli della notte”, ad esempio: “È meglio innamorarsi di una donna bella, intelligente e ricca anziché di un mostro, cretina e senza una lira”. Queste massime si chiamavano catalanate. Venivano pronunziate con il tono solenne e profondo delle riflessioni filosofiche. Così come quelle di Tajani profonde riflessioni politiche.
Queste considerazioni mi hanno ricordato un famoso incidente, anch’esso legato a un capo di vestiario, il bolerino. Nell’agosto del 1950, l’allora deputato trentaduenne Oscar Luigi Scalfaro, il futuro Presidente della Repubblica, e la contessa Edith Mingoni Toussan con il marito pranzavano nello stesso ristorante. Per il gran caldo la contessa si tolse il bolerino rimanendo con le spalle nude. Scalfaro si avvicinò alla donna intimandole di rivestirsi in nome del pubblico decoro. I giornali parlarono di schiaffo alla contessa e di una sfida a duello da parte del marito a Scalfaro, che però rifiutò per i suoi sacri principi (demo)cristiani.
Totò ha indicato alla sinistra quale satira merita una metafora scambiata come messaggio filosofico-politico. Mi ritorna in mente quando nel 1968 un illustre esponente dell’allora Democrazia Cristiana mi chiese di firmare una mozione per modificare il nome dell’ospedale Brotzu in quello di San Michele. Rimasi incredulo quando mi chiarì le ragioni scaramantiche a sostegno di quella proposta. Mi rifiutai di firmare e gli ricordai che fuori dalla finestra c’era il Vietnam.
Gian Luigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)
“Il ministro Antonio Tajani ha paragonato la scelta del voto politico a quella del matrimonio. Come consiglio al figlio ha sentenziato: “È preferibile una donna meno appariscente con la gonna un po’ più lunga, ma seria e affidabile, rispetto ad una più appariscente ma ritenuta instabile”. Da LA LUNGA MARCIA DI MAO E LA GONNA CORTA DI TAJANI – Editoriale di Gian Luigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)



