ANTONANGELO LIORI SU ALBO VALDES: L’omicidio di Ipazia, ovvero di come male e bene si confondano


Editoriale (bis) del 1 settembre 2024

Mentre Albo preparava una crema di cipolle rosse, io pensavo a come Ipazia di Mileto abbia fama di astronoma, matematica e filosofa pur non essendoci pervenuto di lei neppure uno scritto.

In realtà la sua fama arriva con la sua drammatica morte, ispirata ai parabolani dal vescovo Cirillo in persona.

Lo dissi ad Albo.

E lui partì lancia in resta.

“L’aspetto più interessante dell’omicidio di Ipazia furono proprio gli assassini, cioè i suoi assassini. Coloro che si lanciano oltre, sino alla morte.

In realtà erano una sorta di santi.

Infermieri coraggiosissimi la cui organizzazione fu di primaria importanza per la nascita degli ordini militari e paramilitari del medioevo.

Erano ossessionati dal bene e ucciseo Ipazia perché sinceramente convinti che costei fosse una negromante, il male assoluto.

Paradossalmente i parabolani incarnavano il bene ben più di Ipazia e fu proprio in nome del bene che fecero il male.

Come il giudice, che condanna l’innocente sinceramente convinto che sia colpevole.

O il secondino che chiude dietro le sbarre il detenuto senza porsi il problema che sia colpevole o innocente.

O come il soldato che ammazza i soldati avversari senza porsi il problema che quelli siano nel giusto e lui nel torto.

I parabolani erano pericolosissimi perché convinti di percorrere il sentiero della santità.

Ipazia era colpevole perché non cristiana, perché avversata dal vescovo Cirillo e perché pensava con la propria testa.

Il quale fatto – pensare con la propria testa – è il peggiore dei misfatti che un essere umano possa compiere.

Perché non servire il pensiero dominante, non fare parte di una consorteria mette in imbarazzo l’umanità, che è abituata a schemi semplici.

Diceva Matsuo Basho in uno dei suoi haiku più belli:

L’erba estiva!

È tutto ciò che rimane

del canto dei guerrieri

Questo resta delle battaglie, delle guerre fisiche o ideologiche: l’erba estiva..

«L’imperatore Wu del Liang chiese al grande maestro Bodhidharma: “Qual è il significato supremo delle sante verità?”.

Bodhidharma disse: “Vuote e senza santità”.

L’imperatore disse: “Chi mi sta di fronte rispondendomi così?”.

Bodhidharma risposte: “Non lo so”.

L’imperatore non capì. Allora Bodhidharma attraversò il fiume Yangtse e giunse nel regno di Wei. Più tardi l’imperatore ne discusse con il maestro Zhi chiedendogli cosa ne pensasse.

Il maestro Zhi chiese: “Vostra maestà sa chi è quell’uomo?”.

L’imperatore disse: “Non lo so”.

Il maestro Zhi disse: “È il Mahasattva Avalokiteśvara, che trasmette il Sigillo della Mente del Buddha”.

L’imperatore si dispiacque, e volle mandare un emissario per invitare Bodhidharma a tornare.

Il maestro Zhi gli disse: “Maestà non dite che manderete qualcuno per andarlo a cercare. Anche se tutti coloro che vivono nell’intero paese andassero in cerca di lui, egli non tornerebbe”.

Ecco, il bene non torna, amico mio”.

La crema di cipolle era buonissima.

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