BARBARecensioni: LA ALBERTI PORTINAIA DI GENIO


Editoriale del 16 maggio 2017

Per venire incontro a Beppe Severgnini e alle sue CORRecensioni, ecco un modello di “brevissime recensioni dettate dall’interesse e dalla passione”, assolutamente antiaccademiche, “per offrire un commento fresco e disinteressato”. Scritte da Barbara Alberti, che però garantisce competenza e scrittura un po’ superiori alla portinaia Valeria e a quelli del marketing. Giocando a fare la critica alternativa (per cui lei sì dimostra di aver letto migliaia di pagine), in uno snello libriccino intitolato “Letture da treno” (edito da nottetempo) recensisce a modo suo l’Odissea e il Don Chisciotte, Tolstoj e Dostoevskij, Dumas e Flaubert, Goethe e Oscar Wilde, quel “gran noioso” di Foscolo e Silvio Pellico. Lo fa con fragrante spregiudicatezza e con la stupita vivacità di chi li scopre per la prima volta, quasi questi classici fossero novità fresche di stampa. Nel breve spazio di un paio di pagine, legge i monumenti della letteratura con un taglio personalissimo, distillando giudizi impertinenti in piena libertà e incastonando fulminanti aforismi. “Le mie prigioni” non è un documento risorgimentale, ma “una guida all’innamoramento nelle prigioni austriache”. A Don Chisciotte preferisce Sancho Panza, “il vero sognatore, perché al servizio del sogno di un altro”, e il ritorno a casa dell’hidalgo provoca allarmanti riflessioni su ogni poeta che venga “consegnato al suo nemico naturale, la famiglia”. Al “Ritratto di Dorian Gray” preferisce “Teleny”, del quale i critici negano perfino la paternità a Wilde, e che invece è l’“unico scritto completamente sincero” di un artista “inquietante ma accettabile, una trasgressione alla moda”, per l’epoca vittoriana “il sollievo di un brivido nella rigidezza dei costumi”. Passando in rassegna le eroine della letteratura, ne coglie soprattutto l’incapacità di amare e la misoginia dei loro creatori: l’“indigesta”Anna Karenina “non muore d’amore, ma di noia” (“ingorda, vuole tutto, rompere le regole ma senza rinunciare ai sensi di colpa”), Madame Bovary “non muore d’amore, ma di debiti”. Penelope “non è una donna, è una moglie” e l’Alberti ipotizza che sulla celebre tela la moglie di Ulisse rappresentasse i vagheggiati tradimenti con tutti quei proci che le giravano attorno, “belli, sudati, pronti”: lei “sembrava di ghiaccio. Ma poi, al telaio, disegnava la lussuria” e per questo cancellava le prove di notte disfacendo la tela. Elogia Antonio Ranieri per il suo bistrattato libro su Leopardi, perché senza di lui “mai avremmo saputo le notizie più interessanti sul poeta, quelle per cui gli si vuol bene”. Stronca “quei gran froci dei tre moschettieri” che uccidono Milady. Raskolnikov è “antipatico”, perché è un disgraziato non all’altezza del delitto che compie. Ortis è “insopportabile”, un “pupazzo” di “narcisismo assoluto”, così retorico che “si capisce che ha letto il Werther, e si ammazzerà”. Ciliegina finale, una lettura gustosissima della “Traviata” come canto dell’“impossibilità dell’amore”, che “fa piangere sartine e intellettuali, e pure noi, che facciamo tanto gli spiritosi”. Cioè io, la Alberti e Severgnini.

Fabio Canessa
(preside del liceo olistico “Quijote”)

Sancho Panza, “il vero sognatore, perché al servizio del sogno di un altro”(da BARBARecensioni: LA ALBERTI PORTINAIA DI GENIO – Editoriale di Fabio Canessa)

Sancho, la coscienza ironica di Don Chisciotte – Antonio Tabucchi su Sancho Panza

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