MY BEAUTIFUL MOUSE!


Editoriale del 01 novembre 2016

Giosue Carducci

Ora che Bob Dylan ha dichiarato, in un’intervista al Daily Telegraph, che accetterà il Nobel, aggiungendo che la notizia “è difficile da credere, emozionante e incredibile”, gli animi degli intellettuali che temevano lo smacco del “menestrello” sono soddisfatti. Vorremmo invece inquietarli sul destino che è toccato a molti premiati, ricordando come, spesso, “sic transit gloria mundi”. Pensando al premiato più lontano da Dylan, Giosue Carducci, vincitore del Nobel per la letteratura esattamente 110 anni fa, ci chiediamo quanto dura un Nobel: tra 110 anni qualcuno ascolterà ancora Dylan? Da un trentennio Carducci è scomparso dalla scuola. Se n’è andato pian piano, alla chetichella: dal 1987 a oggi, ogni anno in cui ho fatto il commissario agli esami di maturità, prima l’ho visto ridimensionato alla lettura di poche poesie, poi cancellato definitivamente. E pensare che, fino agli anni Sessanta, i suoi versi venivano imparati a memoria già alle scuole medie e Carducci rappresentava il vate nazionale. Alla sua poesia, lontana dalla sensibilità contemporanea, ha nuociuto una certa fama di trombone, nonostante Luigi Russo avesse cercato, nel saggio “Carducci senza retorica”, di separare il grano dal loglio, mettendo in evidenza quanto nella sua opera ci sia di inquietudine novecentesca quasi baudelairiana (“Alla stazione una mattina d’autunno”). E pensare che un preside pisano contemporaneo del poeta (era nato nel 1848), di nome Leopoldo Barboni, era così innamorato dei versi carducciani da sfruttare le sue vacanze visitando Bolgheri e Castagneto. Le sue scorribande bolgheresi, tra entusiasmi lirici per il paesaggio della Maremma e robusti bicchieri di vino rosso, furono immortalate in un libretto agile e appassionato, ormai introvabile da tempo, intitolato “Col Carducci in Maremma”. Il buon preside, fervente garibaldino, arrivò a Bolgheri nel febbraio 1885, accolto con tutti gli onori dal conte Valfredo della Gherardesca. Il borgo contava all’epoca oltre 1200 abitanti e Barboni rimase incantato a contemplare la casa d’infanzia del poeta, osservando le finestre dove il poeta fanciullo si affacciava “per vederci anche a leggere nei rossi crepuscoli della primavera maremmana”, come scrisse lo stesso Carducci. Con ingenuo trasporto, Barboni declama a voce alta per i vicoli di Bolgheri le poesie del suo idolo, che conosceva tutte a memoria, e si convince di poter riassaporare meglio quei versi, immerso nell’atmosfera dei luoghi originari carducciani. Una rivisitazione che fonde pieno contatto con la natura e ricerca dell’ispirazione poetica, cogliendo l’aspetto meno caduco della personalità di Giosue, quello diviso tra l’ansia della biblioteca (la passione di leggere e studiare tutto, immergendosi nelle pagine dei libri) e la voglia di mandare al diavolo “il tarlo del pensiero” e di scaraventarsi felice nella bellezza della natura, fra corse in campagna e a cavallo, la caccia al cinghiale e il recupero della spensieratezza selvaggia dell’infanzia. Ma il culmine della felicità, Barboni lo raggiunge quando il suo libretto uscì e fu talmente apprezzato dal poeta che quest’ultimo accettò di incontrare il suo biografo alla torre di Segalari, festeggiando in mezzo a un’allegra brigata di amici chiassosi con una scorpacciata di tordi che inebriò entrambi. Carducci esclamò che gli sembrava di “rivivere quaranta o trentacinque anni addietro”, tanto era felice; Barboni, a leggere le iperboliche emozioni che provava al fianco del suo beniamino, sembra rischiare l’infarto. Al punto da scrivere che avrebbe voluto “agguantare quella veduta, quei monti, quella bassura, quel cielo, quei profumi di timo, quei gorgheggi, mettere ogni cosa in uno scatolino di truciolo e dirgli ‘Tenga, se lo porti a Bologna’”. Tra i personaggi di contorno, restano impressi la bionda Maria dell’”Idillio maremmano” e il Bombo, un vecchio muratore castagnetano assai amante del vino (come dimostra il soprannome) presso il quale Carducci aveva lavorato da apprendista manovale. Di fronte all’antica fiamma, ormai ridotta a una vecchietta raggrinzita, Giosue, misurando la distanza tra l’idealizzazione poetica e i danni del tempo, esplode in una “omerica risata”. Il Bombo, invece, segue stordito come un cagnolino il suo giovane lavorante di un tempo, diventato ora “un uomo che fa discorrere tutti, per infino i giornali”, chiamandolo di continuo “bel mi’ topo”. L’unica frase compiuta che riesce a pronunciare è: “Eccolo lì, bel mi’ topo! E io, birbante, l’ho tenuto fra’ puzzi della calcina!”. Sarebbe bello che, nel 2126, qualcuno ricordasse Bob come “my beautiful mouse!”.

Fabio Canessa
(preside del liceo olistico “Quijote”)


Da un trentennio Carducci è scomparso dalla scuola. Se n’è andato pian piano, alla chetichella: dal 1987 a oggi, ogni anno in cui ho fatto il commissario agli esami di maturità, prima l’ho visto ridimensionato alla lettura di poche poesie, poi cancellato definitivamente. E pensare che, fino agli anni Sessanta, i suoi versi venivano imparati a memoria già alle scuole medie e Carducci rappresentava il vate nazionale.
(da MY BEAUTIFUL MOUSE! editoriale di Fabio Canessa)
Carducci a scuola – da Il rosso e il blu (2012), diretto da Giuseppe Piccioni con Riccardo Scamarcio e Roberto Herlitzka

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