CARO BABBO, BEVO IL NEPENTE DI OMERO


Editoriale del 31 agosto 2025

Oggi nostalgia e rimorsi mi assalgono.

E sto qui seduto, nel giardino della mia casa, a guardare il mare con, sopra il tavolino, una bottiglia di nepente di Oliena che mio padre, prima di morire 15 anni fa, imbottigliò per le grandi occasioni.

Oggi è una grande occasione: sono vivo.

E non sembri un argomento di scarso rilievo.

Bevo nepente perché allontana ogni male dell’animo, come racconta Omero nel IV libro dell’Odissea. Elena lo versò nel vino che Menelao e Telemaco bevono, in modo che questo farmaco allontani dai due uomini tristezza e dolore.  Nepente, νη πενθές, senza tristezza.

Ma in altro Pensiero allora Elena entrò.

Nel dolce vino, di cui bevean, farmaco infuse

Contrario al pianto, e all’ira, e che l’obblio

Seco inducea d’ogni travaglio e cura…

La traduzione è storicamente sbagliata.

Elena non versò il nepente nel vino ma, versò il “vino farmaco” secondo una lettura letterale del testo greco che può creare qualche problema essendo scritto non in Attico ma nel dialetto ionico di Chio corrotto nell’opera da forti influenze eoliche.

Vanamente per secoli orde di botanici cercarono di trovare il farmaco “nepente” senza mai trovarlo.

Ma farmaco era lo stesso vino. Che si chiamava Nepente…

Quello stesso Nepente di Oliena che tu hai imbottigliato per il mio futuro, babbo.

Era il vino stesso un nettare che scacciava il dolore.

E io scaccio il mio dolore bevendo questo sogno di cannonau che si è depositato in una bottiglia bordolese per 15 anni.

Per le grandi occasioni.

La grande occasione d’essere vivo, anche se qui seduto come un vecchio inabile.

La grande occasione.

Di farmi struggere dalla malinconia e dai rimorsi.

Dalle occasioni perdute, dai sogni infranti, dai progetti andati in fumo nell’altare della complessità dell’esistenza.

Con chi ne parlo, babbo mio, con chi ne parlo?

Col nepente, questo farmaco infuso nella errata traduzione del greco di Chio, dove Omero nacque 2.900 anni fa.

In quell’isola che visitai come un adorante pellegrino quando avevo ancora sogni, tanti anni fa per cercare il luogo dove nacque Omero e Lisia, uno scoglio che si affaccia sul mare turco, povero e perduto.

Oh si, babbo, ho stappato una delle tue bottiglie sacre.

Che ha perso un po’ di colore.

E un po’ di struttura.

Ma che riempie la mia gola di dolci ricordi.

Di quando ero giovane, e forte, e avevo sogni e speranze.

Ma ora sono qui, seduto in giardino come un vecchio straccio.

Sarà tutto come deve essere.

Scaccio il dolore, babbo, scaccio il dolore.

Il farmaco è un vino.

Chiudo gli occhi.

E torno bambino.

E sono felice e sereno.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“E io scaccio il mio dolore bevendo questo sogno di cannonau che si è depositato in una bottiglia bordolese per 15 anni. Per le grandi occasioni.” Da CARO BABBO, BEVO IL NEPENTE DI OMERO – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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