EDITORIALE PER GIULIO


16 giugno 2020

Ciao Giulio,
ti ho conosciuto nel 1964, nelle aule della Statale di Milano, dove ci eravamo appena iscritti a Filosofia. Frequentavamo le stesse lezioni: Dal Pra, Paci, ma soprattutto Geymonat e Casari. Siamo subito entrati in sintonia e mi hai proposto di preparare insieme gli esami. Così hai cominciato a venire a casa mia. La prima volta all’una di notte, dopo più di tre ore passate sui libri, mi hai chiesto: “Non avresti un goccetto di whisky?”. Ricordo ancora che ne scolasti, con la massima disinvoltura, quasi mezza bottiglia, mentre io nel frattempo ero riuscito appena a bagnarmi le labbra con pochi sorsi. Non ce la facevo a starti dietro, e non solo nelle bevute. Nelle notti che seguirono, numerose e incalzanti, io verso le tre crollavo regolarmente mentre tu, ancora incredibilmente fresco e pimpante, mi esortavi a non mollare.
Ciao Giulio, oggi che non ci sei più mi piace ricordare questa tua prorompente vitalità, questa esuberanza. Ho sempre ammirato, e anche un po’ invidiato, la tua velocità di pensiero, che ti permetteva di passare, con la stessa serietà e profondità e con il medesimo rigore, da Popper, Lakatos e Feyerabend a Tex Willer, un bianco amico degli indiani, e a Zorro, che sei venuto a celebrare a Oristano nei due raduni mondiali di tutti coloro che lo invocavano ed evocavano per combattere i cialtroni, i lestofanti e i mascalzoni, vermi con pessime intenzioni di cui è pieno il mondo. Avevi uno spirito camaleontico, che ti portava a immergerti e identificarti con i luoghi, come l’Irlanda che tanto amavi, con le situazioni, come le lotte per l’autonomia e l’indipendenza in qualsiasi angolo del mondo, e con i personaggi storici o dei fumetti, nei quali vedevi brillare anche un piccolo barlume di libertà. Già la libertà: questa è stata la tua autentica passione, il tuo ideale di riferimento. E non ti limitavi a parlarne, con il tuo prezioso e assiduo lavoro culturale e didattico, ma ne hai fatto, con estrema coerenza, una regola di vita, l’hai incarnata, l’hai esibita nei tuoi comportamenti. Per questo ti voglio ricordare con la maschera di Zorro che hai indossato qui in Sardegna: non per nascondere il volto, ma per immaginare di poterlo trasformare in quella classica Z, abbreviazione della forma semitica ziza, ossia “splendente”: dunque un simbolo di quell’energia vitale che tu sapevi sprigionare.
Silvano Tagliagambe

“Giulio Giorello – docente di Texologia – mentre, incarnando Tex Willer, parla di Lilith la moglie Navajo. A seguire David Riondino gli dedica una ballata.”

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