UN DISCO PER L'ESTATE


Editoriale del 02 agosto 2016

cantagiro 1962

Da quanti anni è ormai assente il tormentone estivo, il disco per l’estate? Anzi, da quanti anni una canzone, anche non estiva, non diventa popolare davvero, un classico che entra nella testa di tutti e rimane nel repertorio dei piano-bar e nelle playlist di ogni ascoltatore? Di più, da quanti anni non emerge una rockstar che faccia tendenza e segni un’epoca o un cantante italiano che giureremmo possa durare almeno un decennio, anziché cinque minuti come Marco Carta? Il concerto evento di questa estate è stato quello al Circo Massimo di Bruce Springsteen, un idolo dei giovani di trent’anni fa. La musica in tv è un mesto riciclaggio di dentiere e capelli tinti dei cantanti degli anni Sessanta e Settanta (“i migliori anni…”), officiato da Carlo Conti. A riempire gli stadi ci sono Baglioni e Morandi, i Pooh, che mi parevano stantii anche quando frequentavo le elementari, altrimenti Jovanotti, Ligabue e Vasco Rossi. Il ristagno musicale è evidente e mi pare indice di una malinconica assenza di ricambio. Non bisogna prendere sottogamba quelle che Paul McCartney definisce “Silly love songs” (sciocche canzoni d’amore, Catullo direbbe nugae) e che Edoardo Bennato liquida con “Sono solo canzonette”. Sarà per il loro “potere magico, abiettamente poetico”, come scrisse Pasolini, ma, secondo Edmondo Berselli, “c’è un’irrazionalità nelle canzoni che mima la realtà e l’esistenza”. Che dunque, dai tempi di Battisti-Mogol, ma anche del Cantagiro e del Festivalbar, si sono impoverite. Lo sa bene chi, come me, cerca comunque di aggiornassi, comprare cd e vedere concerti, per rimanere disperatamente nel flusso di un mercato che non c’è più. Pochi i cd imperdibili di questa estate 2016, e spesso stagionati, come gli ultimi gustosissimi album di Bob Dylan (che in “Fallen angels” riprende da par suo alcune struggenti ballads di Frank Sinatra) e Eric Clapton (intitolato per l’appunto “I still do”). Sul versante italiano ecco i nostri consigli per gli acquirenti (ma ce ne sono ancora? Avete notato quanti pochi negozi di dischi sono rimasti?): “Acrobati” di Daniele Silvestri, capace di rinnovare la canzone d’autore con freschezza e intelligenza, e, soprattutto, “Le canzoni della Cupa” di Vinicio Capossela, un doppio album così lontano dall’omologazione imperante da andare a riscoprire il folk lucano di Matteo Salvatore, facendo da noi quello che negli Usa fece la Nitty Gritty Dirt Band: la musica delle radici. Canti rurali dal sapore antico, che profumano di paglia e di fango, di polvere e di miseria, tra l’aia e la stalla, tirati a lucido da arrangiamenti con fisarmoniche e violini, atmosfere tex-mex e testi che restituiscono l’incanto, la fatica e il mistero del vecchio mondo contadino, con il ballo sfrenato nel podere di giorno e le ombre paurose delle superstizioni notturne. Siamo sicuri che Pasolini ci sarebbe andato matto. Chi invece preferisca un ascolto più facile, potrà godersi il doppio cd antologico “Pure McCartney”, nel quale il Paul dei Beatles ha raccolto tutte le hit di mezzo secolo di un repertorio delizioso e perfetto. Non a caso fu lui, in un’intervista, a confessare il suo sogno di comporre una canzone così cantabile e accattivante da costringere l’ascoltatore a non potersene staccare, rimettendola e riascoltandola all’infinito. Se non c’è riuscito, questo greatest hits dimostra che c’è andato molto vicino.

Fabio Canessa
(preside del liceo olistico “Quijote”)


Il ristagno musicale è evidente e mi pare indice di una malinconica assenza di ricambio. Non bisogna prendere sottogamba quelle che Paul McCartney definisce “Silly love songs” (sciocche canzoni d’amore, Catullo direbbe nugae) e che Edoardo Bennato liquida con “Sono solo canzonette”
(da UN DISCO PER L’ESTATE editoriale di Fabio Canessa)
Silly Love Songs (1976) di Paul McCartney è tratto dall’album Wings at the Speed of Sound

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