EPICA


Editoriale del 8 ottobre 2013

“Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura/ che la diritta via era smarrita”, la prima terzina del poema dantesco, è già epica: c’è un’atmosfera malvagia e il protagonista sarà costretto a diventare eroe e ad accettare, con qualche esitazione, il suo viaggio nell’aldilà se non vuole perdere la sua anima (non sarà un caso che Tolkien, e soprattutto il suo amico C.S. Lewis, fossero esperti e appassionati del Medioevo, un serbatoio inesauribile da cui attingevano modelli e ispirazione). Il racconto diventa così già di per sé un Bildungsroman, non solo per il protagonista del libro ma anche per il lettore, che dovrà uscire da quella lettura fortificato, cresciuto, migliore. La relativizzazione del male, il compiacimento del girotondo dei punti di vista (tutti ugualmente degni, a seconda del modo in cui si vedono le cose), l’elogio del dubbio, la messa in discussione della verità (quando non addirittura della realtà) e l’invito pressante a immedesimarsi continuamente negli altri (il rovesciamento fulminante delle parti in “Sentinella” di Fredric Brown, short story gettonatissima nelle antologie delle scuole medie, nella quale l’umano appare un mostro schifoso visto dagli occhi dell’alieno) paralizzano subito ogni impeto eroico, svuotando il candidato eroe di ogni energia epica e scaricandone il coraggio. Aggettivi come “maledetto”, “nero”, “puro”, presenti nelle pagine di Tolkien, risulterebbero oggi pericolosi segnali di un pensiero fondamentalista, poco accogliente nei confronti dell’altro da noi. Le ragioni del declino di un pensiero forte, ereditato dalla tradizione, capace di commuoverci e di spingerci a dare la vita per i valori che ci sono stati tramandati, sono molteplici, retaggio della storia e della letteratura occidentali. L’Occidente non si è improvvisamente rammollito per eccesso di benessere e opulenza, come troppo spesso siamo portati a pensare: la finissima elaborazione del concetto di colpa nel pensiero e nell’arte del Novecento (si pensi a Kafka), l’usurpazione dei valori tradizionali da parte di alcune forze criminali del secolo scorso (“Gott mit uns” era un motto nazista), il messaggio pacifista che, per condannare ogni guerra come oscenità, ha ridimensionato la figura dell’eroe che rischiava di nobilitare quell’oscenità (dal Brecht che diceva “Felice il paese che non ha bisogno di eroi” al “Peace, love and music” di Woodstock) hanno indubbiamente contribuito al depotenziamento di ogni spinta epica. Ma è davvero felice, ammesso che esista, il paese che non ha bisogno di epica?

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da Correva l’anno 1969 trasmissione TV di Rai3

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