ESSERE MORTI E NON SAPERLO


Editoriale del 18 febbraio 2015

Posseggo un cellulare di vecchia generazione. In verità a mia volta sono da lui posseduto, ma questa è un’altra storia. Non è particolarmente reattivo: specie quando ho fretta, schiaccio impulsivamente i tasti più volte per avere un numero di telefono o una informazione che non è in grado di darmi con la velocità che vorrei. Il pensiero che alla mia nascita non ci fosse un cellulare sulla Terra non mi sfiora minimamente.
L’informazione (in quell’attimo questione di vita o di morte) mi arriva con poco meno di un secondo di ritardo e questo mi pare decisamente inaccettabile.
Poi mi passa, con una tecnica infallibile applicabile a qualsiasi attesa (mogli lente nel maquillage, amici in ritardo, fila alle poste) e, a ben pensare, a qualsiasi attimo della propria esistenza.
Mi concentro sul fatto che la luce viaggia molto velocemente, alla velocità di 300.000 chilometri al secondo: per quanto ne sappiamo è la cosa che si muove più rapidamente nell’universo. Nonostante ciò la luce della stella più vicina alla Terra e sua fonte di vita, cioè il Sole, impiega ben otto minuti per arrivare fino a qui (per la precisione 8’ e 20”).
Significa che il Sole che vedo nell’istante in cui schiaccio i tasti compulsivamente, è in realtà il sole di otto minuti fa. Per essere più precisi significa anche che se il Sole esplodesse, scoprirei di avere il tempo quantomeno contato otto minuti dopo.
A questo punto, con il rassicurante pensiero che potrei essere morto senza ancora saperlo, affronto l’arcaica lentezza del mio cellulare con il cuore più leggero.

Luca Cocco
Connessionauta di Aristan

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