GURDULÙ E IL TRADIMENTO DELLA REGALITÀ INDIVIDUALE


Editoriale del 7 febbraio 2014

Nel suo romanzo breve Il cavaliere inesistente Calvino ci offre un ritratto di straordinaria efficacia di Gurdulù, una persona che c’è ma non sa di esserci, non ne ha consapevolezza, perché si appiattisce nell’ambiente in cui si trova inserito e s’identifica completamente con esso. Se ad esempio butta in acqua la rete e vede un pesce che è lì lì per entrarci, s’immedesima tanto in quel pesce che si tuffa in acqua e nella rete entra lui. È l’emblema di chi viene sopraffatto dalla realtà che lo circonda ed è incapace di afferrarla proprio perché non riesce a distinguersi da essa, a distaccarsene e a valutarla criticamente.
Calvino ha colto magistralmente lo spirito del nostro tempo. Rischiamo di essere sempre più una società di Gurdulù, uomini senza un volto e un nome propri, che si “bevono” beatamente tutto ciò che propina la televisione, che si specchiano e si identificano in ciò che guardano, caleidoscopi di emozioni che variano con una cadenza imposta dal telecomando, vero metronomo delle nostre esistenze, che ne scandisce il ritmo.
Gurdulù è il simbolo del tradimento della nostra natura, della regalità insita in ciascuno di noi, che dovremmo saper incarnare ed esprimere e invece sacrifichiamo per un piatto di pixel, assai meno gustosi, oltre tutto, della classiche lenticchie per le quali Esaù vendette la sua primogenitura.

Silvano Tagliagambe
(Epistemeudomonologo di Aristan)

COGLI L’ATTIMO

 

da Giacobbe (1994) di Peter Hall. Con Matthew Modine, Sean Bean, Irene Papas

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