Stavo pensando di far ripulire da rovi ed erbacce un castagneto che possediamo di fronte al paese.
Poi ho visto, accanto alla sorgente, un gigantesco ceppo di vite selvatica che abbraccia un fico.
E ho scoperto da dove babbo prendeva i piccoli grappoli – quasi racimoli – che coglieva nel mese di ottobre per offrirli a mamma mentre raccoglievano castagne.
Non ci ha mai svelato il luogo: non voleva che sapessimo. Quella vite era solo per mamma.
Ogni tanto spariva per qualche minuto ma mamma non ci faceva caso: pensava andasse a fare la pipì dietro qualche cespuglio.
Invece tornava con le mani colpe di piccoli grappoli.
“Neh”, le diceva col suo fare burbero. E poi si chinava nuovamente sul terreno per separare i frutti dai ricci.
Lei nulla diceva, ma si scioglieva nel gustare quei saporitissimi acini di una bianca.
Babbo con la coda nell’occhio la guardava ma nulla diceva.
Mamma posava quei racimoli sopra un cesto improvvisato di felci e ogni tanto spiluccava.
Lui no.
Lui non ne assaggiava neppure uno.
Erano tutti per lei.
Dopo aver consumato un frugale pranzo, le mangiava nuovamente e gliene offriva.
Ma lui niente: imperturbabile, pur amando moltissimo l’uva.
A fine giornata lui caricava i sacchi sulla macchina.
Lei raccoglieva attrezzi e roba varia.
E consumava nel viaggio di ritorno gli ultimi acini.
Lui cantava con la sua voce possente e melodiosa antiche canzoni d’amore.
Coro meu ajo ajo
A sa binza a binnennare
Lei lo ascoltava mentre masticava soavemente.
Questo era il loro paradiso.
Ho chiesto all’operaio di non toccare l’uva selvatica di Ceressa.
Che resterà per sempre abbarbicata al suo fico.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“A fine giornata lui caricava i sacchi sulla macchina.
Lei raccoglieva attrezzi e roba varia.
E consumava nel viaggio di ritorno gli ultimi acini.
Lui cantava con la sua voce possente e melodiosa antiche canzoni d’amore.
Coro meu ajo ajo
A sa binza a binnennare.” Da I PUDICHI DONI DI MIO BABBO – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



