IL FASCINO DEL MOSTRO


Editoriale del 6 marzo 2018

Le elezioni le ha vinte il Movimento Cinque Stelle e l’Oscar lo ha vinto “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro. Che racconta la fantastica love story tra un’umile donna delle pulizie, sola e muta, e un mostro anfibio catturato dai servizi segreti americani negli anni Cinquanta della guerra fredda: i due protagonisti, entrambi emarginati, affiancati dai due amici che favoriscono il loro amore, sono infatti una nera afroamericana angariata dal marito e un raffinato intellettuale gay. Insomma, i buoni sono i diversi, i cattivi sono invece i potenti della guerra fredda: politici senza scrupoli e scienziati che, nel laboratorio sinistro di Baltimora, compiono esperimenti crudeli. L’immaginario incantato dell’arte si contrappone come balsamo a una società spietata, il silenzio e la solitudine dei due innamorati vincono la cieca violenza di un mondo senz’anima. Allo stesso modo, l’Italia, umile donna delle pulizie europee, sola e muta, si è innamorata del mostro molto anfibio (sarà di sinistra, come pensava Dario Fo, grillino della prima ora, o sarà di destra e si alleerà con Salvini?) contro i potenti prepotenti di sinistra e di destra, che hanno mostrificato i Cinque Stelle sulla stampa e in tv, peggio dell’alieno squamoso del film fantasy-erotico. La scelta elettorale è un salto nel buio che esalta gli spericolati e sgomenta i benpensanti. La giuria dell’Academy invece ha fatto senz’altro la cosa giusta. Ha trascurato il sopravvalutato “Il filo nascosto”, estenuato esercizio di stile, ha consacrato con 4 statuette il film più bello e ha premiato lucidamente l’irriconoscibile Gary Oldman reincarnatosi in Churchill, lo straordinario Sam Rockwell di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, il capolavoro dell’animazione Pixar “Coco” e la sceneggiatura del sorprendente “Get out”. Quest’ultimo è un “Indovina chi viene a cena?” in versione horror. La bella Rose invita a casa dei suoi per il weekend il nuovo fidanzato: è un nero, ma non deve preoccuparsi. I genitori di lei sono due medici per niente razzisti, anzi votano Obama! Invece è l’inizio di un incubo tra personaggi inquietanti, strani sogni e un finale allucinante. Mescolando terrore e ironia, il film è una sorpresa fresca e originale che trasfigura le pulsioni aggressive celate sotto il perbenismo della famiglia bianca americana. Assicurando brividi e divertimento splatter al ritmo di una buffa canzoncina. Scritto, diretto e recitato benissimo. “Coco” colora di salsa messicana 3D il giorno dei morti. Un ponte di fiori collega il loro mondo a quello dei vivi: lo attraversa il piccolo Miguel, alla ricerca di un avo chitarrista per seguirne la vocazione musicale. Si troverà al centro di una geniale e surreale sarabanda di scheletri disarticolati (si cita “The skeleton dance”, un classico del 1929), fino a conoscere la verità sulla sua famiglia. L’avventura piena di sorprese tocca, con allegra leggerezza, corde intime e profonde: l’identità che lega le generazioni, l’importanza del ricordo, la tradizione delle radici. Un emozionante capolavoro. Nel finale del film di Del Toro, il mostro e la donna sono avvinghiati nell’acqua, come l’Italia e il Movimento Cinque Stelle. Per una rigenerazione purificatrice o per affogare definitivamente?

Fabio Canessa
Preside del Liceo Olistico Quijote

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