IL FASCINO DELLA SUPERFICIE


Editoriale del 5 novembre 2024

È un dato di fatto che “Parthenope” sia un film che ha diviso il pubblico. La ragione per cui a molti non è piaciuto è ovvia: perché è brutto. Più interessante è capire perché invece altrettanti dicono di averlo apprezzato (c’è poi un gruppo piuttosto nutrito di perplessi, così spiazzati o tramortiti da rimanere come baccalà se richiesti di formulare un giudizio). Credo che il motivo risieda nella postmodernità in cui viviamo: quelli che per i detrattori costituiscono i difetti del film (la superficialità, l’incoerenza, la fragilità della sceneggiatura, la compiaciuta autoindulgenza, la scarsa e confusa progressione narrativa, il succedersi di scene e frasi a effetto svincolate da una logica strutturale, l’assenza delle psicologie dei personaggi) sono anche le caratteristiche che fanno di Paolo Sorrentino il regista più in sintonia con i nostri tempi sfilacciati. Pensatori dal fiato corto, con difficoltà di concentrarci perché abituati a una fruizione frammentaria (le serie viste al pc o sullo smartphone a casa o addirittura in giro), siamo pigri e distratti, incapaci di fronteggiare le imponenti architetture dei romanzi dell’Ottocento e del Novecento (chi legge oggi Dickens e Tolstoj, Dostoevskij e Proust, Balzac e Bacchelli?). Preferiamo allora la descrizione di un attimo, come cantavano i Tiromancino, l’emozione di un bagliore dietro il quale ci sembra di intravedere un’epifania che ci sfugge, la suggestione di un lampo che potrebbe contenere un significato profondo che lì per lì non afferriamo ma che ci gratifica con il fascino dell’enigma. Che poi sotto la superficie non ci sia niente, nessuna epifania né significato, ci fa tirare un sospiro di sollievo, perché così non dobbiamo studiare né analizzare, basta abbandonarci al flusso delle immagini. Altro che vari livelli di lettura: attraverso l’esile filo dell’allegoria, per cui Parthenope si identifica con Napoli e con il regista stesso, Sorrentino affastella situazioni gratuite e personaggi fasulli partoriti da un’indigestione di Fellini. E allora via con schegge di battute immotivate e di sorprese arbitrarie, spesso di cattivo gusto, presentate con tale faccia tosta da far sospettare allo spettatore sempliciotto che chissà quali concetti reconditi il film abbia espresso in modo cifrato. Il sesso anale, “all’università si viene cacati e pisciati”, il figlio “diverso” di Silvio Orlando e le altre amenità snocciolate con un’ambizione smisurata degna di miglior causa sprigionano il genio e la poesia del vuoto pneumatico.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“Preferiamo allora la descrizione di un attimo, come cantavano i Tiromancino, l’emozione di un bagliore dietro il quale ci sembra di intravedere un’epifania che ci sfugge, la suggestione di un lampo che potrebbe contenere un significato profondo che lì per lì non afferriamo ma che ci gratifica con il fascino dell’enigma.” IL FASCINO DELLA SUPERFICIE – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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