IL GENIO E IL PONTE


Editoriale del 9 giugno 2026

Tutti i giorni per tre anni, dal 1959 al 1961, chi passava per il ponte di Williamsburg, a New York, poteva vedere (e ascoltare) un uomo che suonava il sassofono. Seduto sul passaggio pedonale o camminando da una parte all’altra del ponte che collega Brooklyn al Lower East Side. Non era un vagabondo o un mendicante in cerca di qualche dollaro: era al contrario un gigante del jazz, Sonny Rollins, uno dei più grandi sassofonisti della storia della musica, che già aveva suonato e inciso in coppia con Miles Davis e Thelonious Monk. Due anni prima, nel 1957, era uscito il suo capolavoro “Saxophone Colossus”, pietra miliare della discografia jazz. Eppure, al massimo della notorietà e del successo, si era improvvisamente trovato scontento di se stesso, del suo modo di suonare e aveva deciso di perfezionare la propria tecnica esercitandosi 16 ore ogni giorno e, per non disturbare i vicini di casa, aveva scelto quel ponte al quale, nel 1962, avrebbe dedicato uno strepitoso album, appunto “The bridge”. Ora che, a 96 anni, Sonny Rollins è andato a suonare in Paradiso, i suoi fans, che sono legioni, chiedono di intitolare a lui quel ponte. Al 2012 risale il suo ultimo concerto italiano, nella Perugia di Umbria Jazz. Alla fine dell’esibizione, lasciò bruscamente il palco senza concedere neppure un bis né salutare il pubblico. Quando l’organizzatore Carlo Pagnotta andò a trovarlo nel backstage lo trovò furibondo: si scusò con Pagnotta e con tutto il caloroso pubblico, ma ce l’aveva con la band che, secondo lui, non era stata all’altezza, anzi aveva suonato proprio da fare schifo. Li licenzio tutti, gridava. Forse avrebbe voluto mandarli a esercitarsi sul ponte di Williamsburg per tre anni. Il bello è che solo lui nel 1959 era convinto di essere peggiorato come musicista: per tutti era il miglior sassofonista del mondo. Il bello è che solo lui era convinto che la sua band nel 2012 a Perugia avesse suonato male: il pubblico era entusiasta, in visibilio (io compreso, che c’ero, quella notte indimenticabile), che si spellava le mani per applaudire i musicisti che Sonny avrebbe voluto licenziare.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“Tutti i giorni per tre anni, dal 1959 al 1961, chi passava per il ponte di Williamsburg, a New York, poteva vedere (e ascoltare) un uomo che suonava il sassofono. Seduto sul passaggio pedonale o camminando da una parte all’altra del ponte che collega Brooklyn al Lower East Side.” Da IL GENIO E IL PONTE – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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