GLI AVARI NON SONO TIRCHI


Editoriale del 10 giugno 2026

Non sopporto gli avari e non sopporto Marcello (nome fittizio) che ormai ho la certezza essere un avaraccio: sabato al ristorante dove si festeggiava il compleanno di un’amica comune ha rinunciato alla formula “un primo e un dolce” che adotta per le serate alla romana optando per la soluzione “antipasto di mare, primo, secondo+contorno, dolce, caffè, amaro”. Tanto pagava l’amica.

L’avarizia mi è sempre sembrata uno dei vizi più tristi e più antipatici. Gli altri vizi capitali hanno una loro positività: l’ira, per esempio, può esser coinvolgente e anche esaltante; la gola ha una sua allegria; la superbia può essere spettacolare; la lussuria, quando non fa danni, è almeno vitale. Persino l’invidia, benché detestabile, riconosce nell’altro qualcosa di desiderabile. L’avarizia no. L’avarizia è fredda. È un vizio senza musica, senza colore, senza profumo. È il vizio della contrazione.

Gli avari, però non devono essere confusi con i tirchi e i taccagni. Dopo lunghe riflessioni dettate dalla mia antipatia per la categoria ho realizzato che il tirchio, il taccagno e l’avaro sono tipologie umane diverse. A grandi linee la differenza è che il tirchio teme di perdere denaro, il taccagno teme di non guadagnarci abbastanza, l’avaro ha terrore di dare qualcosa agli altri.

Per il taccagno, tanto per cominciare, provo rispetto, certo non simpatia, ma rispetto. Il taccagno, secondo la mia ipotesi, è un abile speculatore e un parsimonioso esasperato come Félix Grandet, papà dell’Eugenie di Balzac che – ricchissimo e potente – potendo permettersi sontuosi candelabri accende una sola candela in un’unica stanza dove tutti si devono riunire la sera, ma che  “In casa d’altri non tocca nulla per rispetto innato della proprietà”.

E come non provare una forma di tenerezza, anche blanda, per Mazzarò, il protagonista de “La roba” di Verga – rappresentante della categoria dei tirchi – per le sue perenni rinunce, per il sacrificio di qualsiasi piacere che non sia l’accumulo.

L’avaro, invece,  è una dimensione più complessa. L’avaro non risparmia soltanto i soldi. Risparmia tutto. Il tempo, l’attenzione, la disponibilità, il calore, la premura, l’entusiasmo. Risparmia persino le parole buone. Non ti chiede come stai, perché una domanda potrebbe aprire una conversazione. Non ti ascolta davvero, perché ascoltare significa mettere a disposizione un pezzo di sé. Non si espone, non si spreca, non si concede. L’avaro non è impegnato spasmodicamente soltanto nell’accumulo, ma anche, e soprattutto nel sottrarre e sottrarsi agli altri. Come Ryōei Saitō, il miliardario giapponese che, secondo alcuni commentatori dispose di farsi cremare con un Van Gogh e un Renoir per una forma di possesso assoluto: non gli bastava averli avuti in vita, voleva negarli al mondo anche dopo la morte.

Comunque, sia chiaro, il mio amico Marcello non è un avaro. È uno sporco spilorcio.

Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

“Gli avari, però non devono essere confusi con i tirchi e i taccagni. Dopo lunghe riflessioni dettate dalla mia antipatia per la categoria ho realizzato che il tirchio, il taccagno e l’avaro sono tipologie umane diverse. A grandi linee la differenza è che il tirchio teme di perdere denaro, il taccagno teme di non guadagnarci abbastanza, l’avaro ha terrore di dare qualcosa agli altri.” Da GLI AVARI NON SONO TIRCHI – Editoriale di Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

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