IL GRANDE CINEMA D'ANIMAZIONE


Editoriale del 23 febbraio 2016

Usciti un po’ delusi e sbadiglianti dagli ultimi film di due giganti come Inarritu e Tarantino, ci siamo ampiamente rifatti con il nuovo cartoon della Disney, che non solo non ci ha deluso, ma ci ha addirittura entusiasmato con lo strabiliante “Zootropolis”: già c’è da lustrarsi gli occhi ad ammirare le scenografie futuribili, architettate con tecnica sopraffina, di una città di animali antropomorfi come Paperopoli e Topolinia, che ha però realizzato la convivenza pacifica tra predatori e vittime. Quando l’equilibrio si rompe perché scompaiono 14 abitanti, a indagare ci pensano una coniglia poliziotta e una volpe truffatrice che s’improvvisa detective. C’è il sospetto che nel Dna dei predatori si sia risvegliata l’aggressività, per cui serpeggiano il timore del diverso e la diffidenza verso il prossimo: possiamo davvero essere chi vogliamo o la biologia ci costringe a essere chi siamo? Dall’ostilità razzista alla paura come strumento di potere, dal dissidio tra istinto e autocontrollo alla lentezza della burocrazia (la strepitosa sequenza dei bradipi è da antologia del cinema) gli adulti hanno di che meditare e i bambini si divertono un mondo con un film che miscela abilmente tutti i generi a ritmo indiavolato: giallo, avventura, action movie, comicità, commedia sentimentale, fantascienza e horror. La geniale creatività degli autori di “Frozen” e “Big Hero 6”, Byron Howard, Rich Moore e Jared Bush, con la collaborazione del maestro John Lasseter, popola ogni inquadratura di buffi personaggi animali che meriterebbero da soli una seconda visione (così come la mappa della metropoli, divisa in zone climatiche: campagna, città, montagna e foresta tropicale, per non parlare del settore lillipuziano). Ma quello che stupisce è la straordinaria capacità di rispecchiare i temi nevralgici del nostro tempo (quelli che il cinema non di animazione fatica sempre di più sia a cogliere che a rappresentare) sciogliendoli in una narrazione spassosa che manda in brodo di giuggiole i più piccoli e permette agli adulti vari livelli di lettura, dalle citazioni cinefile (“Il padrino” o “Giù per il tubo”) ai rimandi alla più bruciante attualità. Per una volta anche l’audio italiano è all’altezza: dal cavallo trasandato doppiato in modo irresistibile da Paolo Ruffini al miniboss con la voce di Leo Gullotta, e poi gli ottimi Abatantuono, Frank Matano, Lopez, Savino e la Mannino, fino alla Shakira finale e all’esordio, che sorpresa, di Matteo Martinez come doppiatore dell’alce. Tutti contribuiscono a uno spettacolo coi fiocchi, capace di dire cose importanti facendoci spanciare dalle risate e di nascondere la profondità in una superficie festosa e coloratissima. A conferma che i migliori film di oggi sono quelli della Pixar, della Disney e (un gradino sotto) della Dreamworks e, nelle storie del cinema del futuro, quanto i Quaranta per il neorealismo e i Cinquanta per il western, i nostri anni saranno ricordati come quelli del grande cinema d’animazione.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da Roma città aperta (1945) diretto da Roberto Rossellini. È una delle opere più celebri e rappresentative del neorealismo cinematografico italiano. Con Anna Magnani e Aldo Fabrizi

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