IL MIO AMICO LUCIANO BONOMI


Editoriale del 20 febbraio 2026

Il 23 febbraio di dieci anni fa è morto a Cagliari Luciano Bonomi, professore emerito dell’università di Verona e, per oltre 30 anni, direttore della clinica oculistica di quella università. Era uno dei massimi esperti italiani di glaucoma, la malattia che colpisce più di 800 mila persone nel nostro Paese e che viene definita “il ladro silenzioso della vista” perché rende ciechi chi ignora di esserne affetto e non si cura in tempo. A Verona Luciano ha creato un centro di eccellenza per il trattamento del glaucoma negli adulti e nei bambini. Luciano era nato a Martinengo, in provincia di Bergamo nel 1932. Rimasto orfano di entrambi i genitori fu accolto a Cagliari dagli zii materni, Pino Pinetti e Maddalena Serra – Pinetti, della nobile famiglia Lostia di Santa Sofia – Serra.

Luciano Bonomi è entrato nella mia vita non al Dettori, poiché eravamo in due sezioni separate, lui in sezione C e io A. Il nostro incontro è stato all’Università, quando a diciassette anni ci ritrovammo entrambi nella facoltà di Medicina dell’università di Cagliari. Ci siamo laureati nel 65 entro i sei anni canonici con il massimo dei voti e la lode. Devo riconoscere che Luciano fu più brillante di me: prendeva sempre 30 e 30 e lode, anche in microbiologia con Spanedda. Lo sostenevano la memoria prodigiosa, il linguaggio elegante e, forse, anche l’essere nipote del professore Pinetti, un importante barone della nostra università. 

Poi venne il servizio militare, che per entrambi fu più un teatro dell’assurdo che un dovere patriottico. Ci ritrovammo nello stesso plotone della scuola di Sanità Militare di Firenze. Luciano fu subito nominato “capo plotone”. Non per meriti bellici né per le doti mostrate all’università, ma perché sapeva gridare “Att-Tenti!” con una voce più autoritaria di quella del sergente. Durante il corso ufficiali nessuno dei due toccò mai un’arma vera. Le nostre battaglie erano notturne, d’agosto, contro i giovani della camerata a fianco, con pistole ad acqua e cuscini usati come scudi o clave. “E ci chiamano compagni d’arme!”, commentò ironico Luciano.

Durante le libere uscite scoprii Luciano-, il letterato. Recitava le liriche di Baudelaire “I fiori del male”, anche quelle proibite, e intere pagine della “Recherche” di Proust. Invidiavo la sua memoria sconfinata e le patatine fritte che comprava con i soldi dei nonni.

Avemmo anche una fugace avventura con due sorelle. “Questa non la posso raccontare a Mària, purtroppo”. Un grave limite per quell’inguaribile narciso.

Lo rividi anni dopo negli Stati Uniti, a Bethesda, nel laboratorio dove lavoravo da due anni. Era venuto per imparare a lavorare nella ricerca scientifica.

Che cosa ha da imparare un oculista nel Gotha delle neuroscienze? L’occhio è parte del cervello fu il suo commento.

L’ultima volta ci siamo ritrovati, entrambi professori emeriti, seduti sul divano di casa sua, a rievocare storie passate. Mi mostrò, con entusiasmo quasi infantile, la sua collezione di tabacchiere napoleoniche e un pettine dal manico d’argento. “Dimenticato da un papa sul letto di mia nonna. Evidentemente si era spettinato!”.

Mi regalò due suoi libri: “Darwin Galileo e il gatto di Downig street” e “Esercizi spirituali di un miscredente”. “Se li leggerai, sarai uno dei rari fortunati lettori delle mie opere”.

Li ho letti e ho commentato: “Sei un vero scrittore”. 

“No”, rispose. “Non sono uno scrittore. Sono un grande scrittore”.

Gian Luigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

“Ci ritrovammo nello stesso plotone della scuola di Sanità Militare di Firenze. Luciano fu subito nominato “capo plotone”. Non per meriti bellici né per le doti mostrate all’università, ma perché sapeva gridare “Att-Tenti!” con una voce più autoritaria di quella del sergente.” Da IL MIO AMICO LUCIANO BONOMI – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

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