IL MURO


Editoriale del 25 aprile 2025

Sono tornata per qualche giorno nella mia città natale e passeggiando nelle vie dei ricordi, ho notato per due volte, la stessa cosa, in luoghi diversi. Passando davanti alla mia scuola e al piccolo parco vicino a casa, dove portavo a spasso il mio cane, ho osservato che entrambi i luoghi possedevano una recinzione che prima non c’era. Un nuovo cancello per la scuola e una lunga palizzata metallica per il parco.

L’uomo ha sempre costruito delimitazioni, muretti, cancelli, reti, confini territoriali da quando, con la rivoluzione neolitica, ha abbandonato la vita nomade e da cacciatore raccoglitore è diventato agricoltore ed allevatore. Piantare le tende in un luogo, dipendere dalle risorse di quella terra, ti spinge a cercare di difenderla da altre tribù o da animali che vogliono, come te, usare quelle risorse.

Il territorialismo in sé non è un male. Costruire delimitazioni visibili per far capire dove puoi o non puoi andare, dovrebbe diminuire le interazioni aggressive e la violenza. Che il territorialismo sia una caratteristica evolutivamente stabile lo dimostra il fatto che è largamente diffusa in tutte le Classi del Regno Animale. Gli altri animali non costruiscono veri e propri muri, ma delimitano i loro territori con barricate tanto invisibili quanto invalicabili per i loro simili. C’è chi, come gli uccelli o le scimmie urlatrici, marca il territorio con canti e vocalizzi all’alba, chi invece, come gli ippopotami, delimita i confini spruzzando le feci in giro. Chi ancora, come i lupi, marca con sostanze odorose contenute nelle urine e chi come le tigri o gli orsi, graffia i tronchi degli alberi per mostrare i limiti da non oltrepassare.

Detto ciò, e dopo tutti questi pensieri etologici, che in genere mi rassicurano, mi rimane un sapore strano in bocca. Un misto di inquietudine ed incertezza. Dalla Natura non posso, infatti, non passare alla nostra specie, alla nostra storia, alla nostra attualità. Penso a cosa sta diventando il nostro territorialismo e dal cancello della mia scuola, arrivo ai muri che abbiamo costruito e a tutto il dolore che hanno portato. Da Berlino a Gaza, dal Messico a Belfast. Muri costruiti non per difendere, ma solo per allontanare, per escludere, per odiare, per dividere e sentirsi migliori, sentirsi dalla parte giusta. Lunghi muri tracciati dall’uomo, come lunghe linee di gesso disegnate sulla lavagna da crudeli maestre, per separare i buoni dai cattivi.

Monica Mazzotto (Biofila di Aristan)

Bansky (muro di Gaza)

È stata installata un’altalena attraverso il muro che divide il Messico dagli Stati Uniti per far giocare ed interagire le due comunità di frontiera. Un modo, attraverso il gioco, di sentirsi uguali e parte di un’unica grande “umanità”. (Monica Mazzotto, Biofila di Aristan)

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