Un mese prima che Papa Francesco morisse ho fatto un sogno.
Mi trovavo in una terapia intensiva, ero steso a pancia in giù in un lettino. In quello a fianco c’era Papa Francesco. Immersi in una giungla di cavi e di tubi, in un rumore infernale, per respirare indossavamo un casco di un colore vivace, giallo o forse acquamarina, come quelli che si usano per fare snorkeling. Sapevo quanto lo preoccupasse l’inquinamento del pianeta.
“Santo Padre, da piccolo, al mare, cercavo gli occhi di Santa Lucia nella battigia, con i piedi nell’acqua”, gli ho detto.
«Anche io, Tony. Ora però di occhi di Santa Lucia non se ne incontrano più, nella sabbia si trovano solo microplastiche di tutti i colori, risultato della disintegrazione di un lavamano, di uno scolapasta, di un secchiello, di un cucchiaio, di uno scopino del cesso», ha detto il Papa, “però non arrendiamoci Tony, continuiamo a combattere contro chi inquina”.
L’ho raccontato a Maria Jesus, mia moglie. Ha un nome che ogni volta mi costringe a fare i conti con la fede.
“Lo scopino del cesso? Come hai potuto essere così volgare, stavi parlando con il Papa!”, ha sbottato.
“È stato il Papa a dirlo, Maria Jesus. Io lo stimavo perché era uno di noi, una volta se la prese con la frociaggine. E poi era solo un sogno, posso continuare a raccontarti il sogno?”
“No, basta così, Tony”.
Marco Schintu (Ufficio pesi e misure di Aristan)
“Santo Padre, da piccolo, al mare, cercavo gli occhi di Santa Lucia nella battigia, con i piedi nell’acqua”. DA PAPA FRANCESCO E L’INQUINAMENTO MARINO- Editoriale di Marco Schintu (Ufficio pesi e misure di Aristan).



