IO E POLDO IL GUERCIO


Editoriale del 3 febbraio 2014

M’è venuto in mente ascoltando “The old rugged cross” di Monty Sunshine. Marco contemplava l’acquario, intercettando con morbide e pigre zampate sul vetro la traiettoria fessa di Eugenio, il ciclide dalla bocca di fuoco. Ho impiegato due ore a liberarmi di tutte le incombenze umane. È stato più semplice di quanto possiate pensare. Per festeggiare Marco mi ha guidato nel giardino del caseggiato, introducendomi alla comunità: Poldo il guercio, Violetta, Caramello, Bebert, Filippo noto Ganzo e, com’è facile immaginare, Contessa. Abbiamo aperto una busta dell’umido e ravanato il pasto, attraversato appena da qualche artigliata per le porzioni. In principio sono stato un po’ maldestro, come gatto. I miei inizialmente non hanno capito. Soprattutto babbo. La vicina, una lasagna di carne vizza e bigotta, ha chiamato la polizia inorridita in uno dei lunghi pomeriggi estivi d’apprendistato, mentre acculato sulla vasca in balcone insabbiavo scalciando uno stronzo poderoso, prodotto di una settimana di croccantini e stitichezze. Trovare il coraggio per pulirsi, perdonerete l’ellissi narrativa, non è stato immediato. E nemmeno custodire grovigli di pelo nello stomaco, per poi vomitarli sotto lo sguardo imbarazzato di chi una volta mi chiamava talento. È stata mia madre a capire per prima: “In fondo sei sempre stato così”, mi ha detto benevola, mentre soffiavo Violetta (che quel giorno le presentavo), troppo entusiasta sul filetto di pesce che avremmo dovuto dividere. Per anni avevo concepito l’esistenza come una selva entropica e inconoscibile che esperienza e ragione avrebbero attraversato, ignorato, devastato o modellato al termine di un lungo esercizio e infinite insipienze. Ora ho uno strumento assai più potente: l’istinto. Annuso il gomitolo e sento il labirinto delle fibre fin dentro il suo misterioso cuore geometrico. Viaggio con sicurezza nei sentimenti delle persone ascoltando la frizione che i passi esercitano sul terreno. Sui tetti apro la vista alla città che tramonta, in compagnia di Poldo, nel silenzio ricamato dalle automobili lontane. Siamo fratelli. L’unica prigione che ancora resiste è il linguaggio, usato qui in via del tutto eccezionale. Un incubo, stanotte, mi ha ricondotto alla condizione di uomo. In una fiera di campagna vendevo ai fanciulli il brivido di esplodere palloncini colorati con un fucile ad aria. Erano tutti tristi.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan war’s correspondent)
foschiluca.com

COGLI L’ATTIMO

 

Old Rugged Cross è una canzone popolare scritta nel 1912 da George Bennard. Qui nell’esecuzione di Monty Sunshine

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